2 dicembre 2013

La breve stagione del Grion di Pola in Serie B

di:
Andrea Ridolfi Testori (testo, ricerche statistiche e anagrafiche, ricerca immagini)
Fabrizio Schmid (ricerche statistiche e anagrafiche, reperimento dati)

con la collaborazione di:
Renato D'Apruzzo
Luca Dibenedetto
Donato Rodolfi
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Nerostellati. Una parola bellissima, unione di un colore e di un simbolo. Una stella sul nero, la notte è buia ma basta un flebile lucore bianco per ristabilirne la normalità, la dimensione umana. I "nerostellati" del calcio italiano sono tradizionalmente i giocatori del Casale, che fin dagli inizi del calcio italiano (nella fertile regione piemontese, feconda di giocatori e squadre di primo livello nei primi anni dello sviluppo del foot-ball) si gioca le sue possibilità di piccola tra le grandi, vincendo lo storico scudetto 1913-14. Ma un'altra squadra di nero vestita e di bianco illuminata ha vissuto un periodo di notorietà nel calcio d'anteguerra: si tratta del Gruppo Sportivo Fascio Giovanni Grion, meglio noto, impropriamente, come "Grion Pola".

Oggi Pola non si chiama Pola ma Pula, ed è in Croazia. Ma allora si trovava in Italia ed era, come buona parte della zona dell'Istria e della Dalmazia, una fucina d'incredibili talenti che sono poi andati a giocare nelle squadre più forti d'Italia. Nato nel 1918, il Giovanni Grion disputa i tornei minori, tra Terza e Seconda Divisione, per tutti gli anni '20. Nel 1931-32, dopo una sorprendente seconda posizione nel girone A della Prima Divisione, arriva agli spareggi per l'accesso alla Serie B (che allora era nota anche come Divisione Nazionale B). Benché quasi tutti si aspettassero la promozione del Foggia, sono gli istriani (che contano su una squadra costruita al 90% tra le mura di Pola, con giocatori provenienti in massima parte dalla stessa città) a ottenere il passaggio del turno, superando i foggiani, la Salernitana e il Forlì. Grande è lo sgomento dei polesi, che si trovano in seconda serie, a un solo gradino dalla A: respirare quest'aria quando pochi anni prima stentavi a muovere i primi passi ha un sapore speciale. Inizia così la breve stagione del Grion in B: come le vere stagioni, è composta da tre parti, tre campionati che segnano una curva perfetta. L'inizio, l'apice, la discesa. L'estate che si trasforma in autunno.

L'ottimo debutto: 1932-33

Si deve costruire una squadra degna di sostenere il confronto con i solidi avversari, abituati allo scomodo campionato «cadetto» ricco d'insidie e di incertezze: ma allo stesso tempo non si può snaturare lo spirito polese del Grion. Viene mantenuta l'ossatura della squadra che ha vinto la promozione dalla Prima Divisione, e rimangono quindi i simboli di questa squadra: il portiere Valerio Dinelli e il suo pari Giacomo Crismanich; i difensori Armando Vatta e il «vecio» Nicolò Poiani, capitano; i mediani Francesco Cerdonio e Bruno Vucich; gli attaccanti Marini, Luciani, Gasperutti e Battioni. Arriva al Grion un polese DOC come Rodolfo Ostroman che in Serie A ha fatto strage di portieri con le sue micidiali reti da attaccante inarrestabile, e aveva iniziato la sua avventura calcistica con i Giovani Calciatori Polesi ad appena 16 anni. Come sempre si punta sui frutti dati dal calcio cittadino e si pesca a piene mani dalla categoria ULIC, che offre alcuni validi elementi (non tutti, però, arriveranno a esordire in B). La squadra viene data in mano a Giorgio Cidri, già calciatore del Legnano e ancora in attività nel ruolo di mediano. La scelta di Cidri è quasi obbligata. Come scrive il Littoriale:

«Il Grion di Pola, non avendo una solida base finanziaria, deve assolutamente contare sull'entusiasmo dei soci e dei tifosi. Quindi i cittadini di Pola devono aiutare i modesti atleti polesi, sia facendosi soci, sia accorrendo in massa al campo sportivo nel prossimo campionato, che già fin d'ora si prevede difficilissimo. [...] Purtroppo mancando di mezzi finanziari il Grion non può affidare la propria squadra alle cure di un provetto trainer, che sappia correggere certi difetti onde rendere perfetto non solo il giocatore, ma anche il giuoco di squadra».

(La preparazione dei nero a stella polesi per il campionato di Div. Nazionale B, Il Littoriale, 13 settembre 1932, p. 4.)

La prima giornata arride agli istriani, che ospitano il Messina da padroni di casa: per gli ospiti è la trasferta più lunga della B e indubbiamente la più faticosa (basti pensare ai mezzi dell'epoca). La prima formazione in assoluto del Grion in B è:

Dinelli; Tomich, Vatta I; Cerdonio, Vucich, Cidri; Curto, Marini, Battioni, Gasperutti, Ostroman.

La partita si conclude con uno 0-0 con gli emozionati polesi che esibiscono Ostroman all'ala anziché nel consueto ruolo di centrattacco: a fare il centravanti c'è il giovane romano Battioni, capace realizzatore ma ancora un po' inesperto. Il portiere è Dinelli, scattante e reattivo estremo difensore che si diletta anche come atleta (getto del peso). La difesa si basa su una coppia di nomi che diverrà un'abitudine del campionato: Tomich-Vatta. La seconda uscita è a Novara e vien fuori un altro pareggio: questa volta però è 1-1, la prima rete stagionale è di Curto. La prima vittoria arriverebbe già al terzo turno, ma il 2-1 alla Monfalconese è annullato per il ritiro dei "vicini di casa" giuliani dal campionato (ma di gare annullate e di ritiri avremo modo di parlare più avanti...). A far scendere sulla terra i ragazzi del Grion è l'Atalanta, che li batte con un netto 5-2, ricordando loro che l'esperienza in categoria è fondamentale. Altra sconfitta con il Legnano, 3-0 dalla Pistoiese, 3-1 dalla Comense. Inizio in salita, ma il 2-2 a Verona infonde nelle vene nerostellate la fiducia che serve, l'11 dicembre, per battere la Sampierdarenese per 4-2 a Pola. La Sampierdarenese è stata in A e ha una rosa invidiabile, ma Battioni è scatenato e ne segna 3: di Marini la quarta rete. Vittoria poi a Cagliari con i rosso-blu (doppietta di Luciani), seguono poi 5 sconfitte con cui si chiude il girone d'andata. Il Grion riparte da Messina, sconfitto ancora per 3-0, e cade con il Novara in casa, arrivando a 7 disfatte consecutive: da lì l'inversione di tendenza che permette la salvezza. Vendicata la goleada dell'andata patita dall'Atalanta (vittoria 2-1 a Pola, 2 gol di Curto), il Grion pareggia con il Legnano e poi batte Vigevanesi, Pistoiese e Spezia con Ostroman, Marini e Luciani sugli scudi. Poi, altro cedimento: KO con Comense, Verona e Sampierdarenese (6-0!). Il Cagliari è battuto per la seconda volta, ma il Brescia dà una sonora lezione con il 5-0 del 28 maggio. Di capitale importanza per il prestigio del Grion saranno le vittorie con Modena e Cremonese, entrambe per 3-2 e giunte per mano di Curto (2 gol in totale), Ostroman (1) e Marini (3). L'ultima a Pola è Grion-Serenissima, che si conclude 0-0. La prima stagione del Grion in B termina con una sconfitta che ha dell'incredibile: 8-0 dal Livorno. Come scrive La Domenica Sportiva:

«L'8 a 0 incassato dal Grion a Livorno non è certo l'indice delle buone qualità dei nero-stella e non è coerente coi risultati ottenuti in questi ultimi tempi dalla squadra polese. Tutti si sarebbero aspettati una buona prova del Grion. Invece la compagine istriana si è limitata a giocare una partita stracca per soddisfare le esigenze del calendario ed ha chiuso il ciclo degli incontri incassando ben otto goals. Comunque non è certo da questa cattiva esibizione che va giudicata la squadra istriana, la quale conta su una difesa saldissima (Crismani, Poiani «il vecio» e Tomich), su degli ottimi attaccanti quali Ostroman, Luciani e Curto, nonché su Cerdonio, Vucini e Gustini, tutti e tre mediani di valore.»

(La Domenica Sportiva 1933 fascicolo 27, p. 12.)

Una conclusione che rovina un po' il sapore della salvezza: 15º posto su 18 (pardon, 17: la Monfalconese ha lasciato dopo 7 gare), 24 punti e presenza in B assicurata anche per il campionato seguente.

L'apogeo: 1933-34

La stagione 1933-34 vede alcuni cambiamenti nella formazione del Grion, che però mantiene la colonna dorsale polese che lo contraddistingue: arrivano il mediano Bonelli e Tullio Duimovich (che attirerà poi le attenzioni della Fiorentina) nonché Mario Bonivento, altro figliol prodigo di Pola che come Ostroman viene a chiudere la carriera tra le mura della sua città natale. Confermati gli elementi che hanno reso grande il Grion nel torneo precedente: Crismanich, Dinelli, Tomich, Poiani, Vatta I, Cerdonio, Curto, Luciani, Brenco e Marini. È arrivato anche il sospirato trainer, l'ungherese Elemér Kovács che ha portato con sé il rigore della scuola danubiana e la sapienza tattica del calcio magiaro. La rosa è quindi rinforzata, c'è un allenatore vero e proprio, le casse sono rimpinguate: all'alba del campionato 1933-34 la bianca stella risplende più che mai su quella maglia nera.

La Serie B viene divisa in due gironi: il Grion è incluso nel gruppo B, le cui principali partecipanti sono le grandi del Nord (Comense, Atalanta, Verona), il Foggia già incontrato dal Grion durante gli spareggi di Prima Divisione nel '32, il Bari e il Modena: possibili outsider, Pistoiese e Perugia. Il Grion esordisce tra le mura di casa, al Campo del Littorio: 10 settembre 1933, sconfitta con la Serenissima di Venezia. S'inizia bene. Gli istriani sembrano presentire una stagione difficile, e la convinzione si rafforza con la sconfitta per 1-0 patita dal Modena una settimana dopo. Il 24 settembre, però, arriva la vittoria sul Vicenza, 3-2 aperto da Cidri e chiuso da Curto. Altra vittoria con l'Atalanta, doppietta di Brenco, poi sconfitta con il Verona. La Serie B è così: sembra d'averla capita, di essere riusciti a prendere il via, e arriva una sconfitta a rimettere tutto in discussione. Le pugliesi Foggia e Bari sono sconfitte una dopo l'altra, Brenco è tra i marcatori in entrambe le gare, così come in quella con la SPAL di Ferrara, 3-1. Il sorprendente Perugia supera il Grion per 2-0, ma il girone d'andata si chiude bene: 2-0 sulla Cremonese, segna anche Ostroman. Il ritorno inizia con due pareggi, poi il Vicenza cade ancora 3-2 (doppietta di Bonivento). Il 14 gennaio accade l'impensabile. Ricordate il Verona? Società storica del calcio italiano, simbolo della forza calcistica veneta. Il Grion riceve i veronesi a Pola con l'idea di tentare di spuntarla. E la spuntano eccome: la partita si chiude con un incredibile successo per 6-0, figlio di due triplette (Curto e Bonivento). Dopo mezz'ora sono 3-0. Curto, Bonivento, Curto. Dopo soli 3 minuti dall'inizio della ripresa, ancora Curto, chiude poi Bonivento con una doppietta. Due triplette, Curto e Bonivento, due simboli del calcio polese. Così scrive "La Stampa" di Torino il giorno dopo:

«I neri hanno vinto con facilità la partita che li poneva di fronte ai giallobleu scaligeri scesi a Pola decisi a battersi con onore. Il Verona, squadra volenterosa, ma dotata di poca tecnica, ha tentato di contenere con la foga il miglior gioco avversario senza, tuttavia, riuscirvi. Già all'8' Curto spediva nella rete di Cazzanelli il primo pallone. Al 30' ancora Curto segnava per i neri ed un minuto dopo era Bonivento che, di testa, portava a tre goals il vantaggio. Il Verona ben trascinato da Bernardi, il quale è stato il migliore tra i giallobleu, non ha mancato di reagire al grave scacco, ma ha incontrato nel trio estremo locale un baluardo insormontabile. Nella ripresa al 3' sempre Curto ha infilato la rete veronese di prepotenza. Cazzanelli, in seguito, è pervenuto a fermare qualche insidioso pallone, ma Bonivento al 23' e al 30' lo ha battuto con due potenti tiri. Arbitro Borghetti.»

(La Stampa, 15 gennaio 1934, p. 6.)

Una vittoria storica, frutto del perfetto equilibrio tra i reparti: difesa solidissima, attacco devastante. Forse la vittoria più prestigiosa di tutta la storia del Grion. Ma come ho scritto sopra, la B è una sorpresa perenne: e dopo 6 gol al Verona, ne arrivano altri 6. Ma stavolta è il Grion a subirli, dal Foggia: e dire che Curto aveva segnato ancora, portando l'1-0 dopo 10 minuti. Ma i rosso-neri dilagano e finisce 6-2. Non si può mai star tranquilli. Il Bari riequilibra il bilancio Grion-Puglia, vincendo 2-0. Alla 25ª, con il Grion oramai fuori dai giochi per la qualificazione al girone finale, arriva un'ulteriore vittoria storica: 5-0 al Perugia, sempre sul campo di casa a Pola. Cinque marcatori diversi: Brenco, Luciani, Ostroman, Curto, Vucich. È un bel modo di salutare il proprio pubblico: si chiude il 18 marzo a Cremona, 1-1. Alla fine il Grion chiude al 6º posto su 13 squadre, terzo miglior attacco del campionato con 41 gol (solo Modena e Perugia hanno segnato di più). Fortissimo in casa, concede troppi punti in trasferta: senza tutte quelle sconfitte (8), il girone finale non sarebbe stato un miraggio. Una stagione comunque positivissima: il Grion ha pieno diritto di stare in B, per valore tecnico e sportivo. Si guarda con speranza anche al torneo successivo, il 1934-35.

Il triste epilogo: 1934-35

Dopo un risultato incoraggiante come quello arrivato alla fine del torneo 1933-34, immancabile era la conferma di gran parte della squadra: tra le partenze, da segnalare quelle di Ostroman, che chiude la carriera, e di Bonelli, elemento chiave del centrocampo nel '33-34. Cambio in panchina: da un ungherese all'altro, da Kovács a Payer, il passo è breve, si resta in "famiglia". In porta Crismanich sopravanza definitivamente Dinelli, Cerdonio è il nuovo capitano, l'ex torinese Tomaso Poccardi arriva in difesa, a centrocampo tiene ancora botta Giorgio Cidri, nonostante i 30 anni lo rendano un veterano, l'uomo d'esperienza insieme a Bonivento e al "vecchietto" Poiani, alle ultime partite in carriera. Guadagnano spazio i giovanissimi Buich (che poi andrà alla Triestina, riuscendo anche a debuttare in Serie A) e Polonio, l'attacco si regge sempre su Brenco, Luciani, Curto e Marini. In difesa regge ancora l'irriducibile Vatta I.

La partita d'esordio è al nuovo campo di viale Roma, più grande ma con lo stesso fascistissimo nome di Campo Littorio. Il debutto è amaro, sconfitta per 3-1 con il Padova: il declivio si fa sempre più scosceso, l'inizio è da perdere la testa. Cinque sconfitte consecutive ad aprire la stagione, con Padova, Cremonese, Atalanta, Comense e SPAL. Solo a novembre il Grion rialza la testa e supera il Foggia 2-0; poi altra caduta con il Verona, un pareggio 1-1 con il Vicenza, altre due pesanti sconfitte con Catanzarese (4-1) e Perugia (3-0). Le vittorie con Modena e L'Aquila dànno respiro, ma a mozzarlo di nuovo ci pensa il Bari, che vince 2-0. Or incomincian le dolenti note. Il 27 gennaio a Pola arriva la Pistoiese. Il Grion passa in vantaggio nel primo tempo, ma viene ripreso dagli arancioni: il copione si ripete nel secondo tempo, con gli istriani che dapprima segnano il 2-1 e poi patiscono il 2-2 a opera di Aldo Melani. Scoppia il parapiglia, invasione di campo e aggressione all'arbitro: la rete di Melani è di dubbia regolarità, i polesi insorgono sostenuti dal proprio pubblico. Il giudice di gara ha la peggio, nella foga rabbiosa gli istriani forse dimenticano che è una partita di calcio: ma vuoi l'inizio da incubo, vuoi la posizione in classifica, vuoi i pensieri oscurati dall'ombra di difficoltà economiche, la situazione degenera. Il Littoriale commenta:

«Gli arancioni avranno certo partita vinta a Pola dove l'incontro è stato sospeso in seguito ad incidenti sorti sulla regolarità del goal che aveva dato loro il pareggio.»

(Il Littoriale, 29 gennaio 1935, p. 3.)

Puntuale arriva lo 0-2 a tavolino, i punti vanno alla Pistoiese. Rincara la dose la Federazione, che con il Comunicato ufficiale numero 34 del 18 febbraio 1935 annuncia:

«Il Direttorio federale prese in esame le proposte presentate dai competenti Direttori per ritiro di tessera ai giuocatori per gravi atti di indisciplina, delibera il ritiro a vita della tessera ai seguenti giuocatori:

Vatta Armando, Monti Mario, Cidri Giorgio (Fascio Grion di Pola); [...]»

Fine di una storia. La dirigenza nerostellata decide di chiuderla lì, a 7 punti in classifica e con l'onta della tripla squalifica (Cidri, peraltro, era già a fine carriera). Il Grion ripartirà dalla Serie C, evitando la Seconda Divisione per un colpo di fortuna (riorganizzazione campionati). Così scriveva La Stampa sul ritiro del Grion dalla B:

«La rinunzia della società di Pola - rinunzia dolorosa, come è dolorosa la resa del combattente quando la battaglia è ancora aperta - ha sollevato una piccola burrasca fra le unità che vedono sfumare i punti faticosamente conquistati e il risentimento è tanto legittimo, che c'è da augurarsi soltanto che altre squadre, minacciate dal pericolo di cadere nelle posizioni fatali della graduatoria, non seguano la stessa strada del Grion.»

(La Stampa, 13 febbraio 1935, p. 7.)

L'esperienza dei polesi nella seconda serie finisce così: da lì in avanti una serie di tornei di C, poi la scomparsa della società, avvenuta di fatto durante la guerra. La domanda «il Grion sarebbe riuscito ad arrivare prima o poi in Serie A?» rimarrà senza risposta per sempre.

Rose e statistiche

1932-33

Presidente: On. Luigi Bilucaglia
Campo di gioco: Campo Littorio, via Medolino al Prato, Pola. Dimensioni: 105x65. Capacità: 8.000 spettatori.






Nomi italianizzati: Crismanich = Crismani; Gustincich = Gustini/Giustini; Jurcich = Giurchi; Persich = Persi; Raktelj = Rachteli; Tomich = Tomi/Tomini; Verbanaz = Verbano; Verk = Monti; Vucich = Vucini. Nei tabellini de Il Littoriale appare anche un Vinclich, portiere nella disfatta con l'Atalanta (5-2). Si tratta in realtà di Dinelli, il cui cognome originario potrebbe pertanto essere Vinclich. Cerdonio sostituì l'infortunato Crismanich al 7' di Livorno-Grion 8-0 e subì 7 gol giocando da portiere. Al 33' parò anche, di piede, un rigore a Nehadoma, centravanti del Livorno.

Bernecci, Fanio, Gustincich, Jurcich, Moraro, Persich, Rella, Rocco e Voinich provenienti dalle squadre polesi della ULIC.

1933-34

Presidente: On. Luigi Bilucaglia
Campo di gioco: Campo Littorio, via Medolino al Prato, Pola. Dimensioni: 105x65. Capacità: 8.000 spettatori.






Cognomi italianizzati: Buich = Bucci.

1934-35
Presidente: On. Luigi Bilucaglia
Campo di gioco: Campo Littorio, viale Roma, Pola. Dimensioni: 110x65. Capacità: 8.000 spettatori.
Nota: nel conteggio delle reti sono incluse anche le 2 segnate durante Grion-Pistoiese (1 Buich, 1 Curto).

Galleria fotografica

Alcuni giocatori del Grion a Cagliari.
Da sinistra: Vucich, Marini, Crismanich,
Battioni e Curto. Accosciati: Vatta,
Luciani e Gasperutti
(1932-33)
Crismanich battuto durante Grion-Comense 1-3,
giocata a Trieste. Da sinistra, osservano Cerdonio
e Ostroman.
(1932-33)
Giocatori del Grion a Messina posano al fianco di un
marine. Da sinistra Vucich, Luciani, Gustincich
e Vatta. Accosciato è Persich.
(1932-33)


Un'immagine di Grion-Bari: Brenco fermato
dal portiere barese.
(1933-34)
Il portiere Giacomo Crismanich,
stanco e soddisfatto dopo la gara
con l'Atalanta.
(1932-33)
Grion-Modena 2-3. Parata a terra di Crismanich.
(1932-33)
Il Grion a Como, prima della partita contro la Comense.
Da sinistra Kovács, Brenco, Ostroman, Cerdonio, Poiani,
Vucich, Crismanich, Marini, Gustincich, Vatta,
Battioni e Luciani. Il presidente, l'onorevole
Luigi Bilucaglia, elegantemente vestito chiude
lo schieramento.
(1932-33)
Alcuni giocatori del Grion ritratti prima della stagione 1933-34.
Da sinistra: Luciani, Moscheni, Brenco,
Cidri (al posto di guida) e Marini.
Una fase di gioco di Modena-Grion 1-0:
il portiere Crismanich ferma Carnevali.
(1933-34)
Un tentativo di Cidri sventato dal portiere in
Grion-SPAL 3-1
(1933-34)


18 ottobre 2013

Il caso Falcinelli

Quando si effettuano ricerche sul calcio italiano dell'anteguerra si nota che abbondano fratelli e cugini, fin quasi all'inverosimile. I vari Innocenti III, Bandini II, Chiecchi III, Borgo I, Borin II, Vojak II, Zappelli I sono solo parte dell'immensa schiera dei "numerati", quei giocatori che, condividendo il posto in squadra con i parenti, sono associati a un numero romano (progressivo; per intenderci: "Chiecchi I" è il fratello maggiore di "Chiecchi II", il quale a sua volta è più vecchio di "Chiecchi III"). In assenza di nette distinzioni di ruolo – i fratelli Zappelli erano l'uno portiere (Pietro, Zappelli I) e l'altro terzino (Carlo, Zappelli II) e non era difficile identificarli nelle formazioni – non erano rari gli scambi di persona. Il caso di cui parlo in quest'articolo, però, è diverso. Si tratta di un caso legato al cognome, ma non coinvolge i numeri romani – o almeno, li coinvolge solo marginalmente. Il vizio d'identificare i giocatori esclusivamente con il cognome, proprio dei cronisti dell'epoca, ha creato non pochi grattacapi agli arditi masochisti che scelgono, per passione o dietro richiesta, di dedicarsi alle ricerche sul calcio italiano "d'epoca". È questo il caso del portiere Falcinelli.

L'enigmatico Falcinelli è un portiere. E di questo siamo sicuri. Ha giocato nel San Marco Livorno (1923-24 in Terza Divisione), Viareggio e nel Livorno, in Serie A, per due partite. E anche in questo, le certezze non vacillano più di tanto. Da qui in poi, inizia a sorgere una leggera nebbiolina che, man mano che andiamo a fondo nel caso, si fa sempre più fitta e impedisce di scorgere i contorni della verità. Falcinelli inizia nel Viareggio, formazione che allora militava tra Seconda e Prima Divisione. Fa anche parte della squadra riserve: Il Littoriale del 28 novembre 1928, a pagina 4 dice "Falcinelli da due domeniche difende la rete delle riserve «bianco-nere»." Dopo l'esperienza viareggina passa, per la stagione 1929-30, al Livorno, in Serie A. Un bel salto, approdare alla prima categoria del calcio italiano. E in effetti, Falcinelli questo salto lo sente eccome: debutta il 16 febbraio 1930 durante Brescia-Livorno, a Brescia, e subisce gol da Giuliani già al 6º minuto; nel secondo tempo è Prosperi (ma quale? Ildebrando (II) o Arnaldo (III)? Dovrebbe essere Arnaldo ma, anche qui, non si ha la certezza) a batterlo per la seconda volta, al 15'. Ma la seconda partita di Falcinelli alla Serie A è quella più dura: a Milano, una settimana dopo, si gioca Ambrosiana-Livorno. E Falcinelli è costretto a soccombere per 6 volte agli attacchi degli "avanti" meneghini, guidati da Meazza, che realizza una doppietta; di Blasevich, Rivolta e Serantoni le altre reti, mentre il Livorno segna con Silvestri e Palandri. 6-2, un risultato che abbatterebbe qualsiasi portiere. E difatti Falcinelli esce di scena, nella porta amaranto torna Lami. Dopo due gare, si è conclusa l'esperienza in A dell'ex portiere del Viareggio.

Ma chi era, in verità, questo portiere? Iniziamo dal principio: il nome di battesimo. Esistono due versioni, la versione di Orfeo e la versione di Vittorio.

- Secondo il sito Enciclopediadelcalcio.it, Orfeo Falcinelli sarebbe nato il 28 febbraio 1906 a Livorno. Avrebbe debuttato nel 1924 con il Viareggio (allora in Seconda Divisione) e vi avrebbe giocato 5 stagioni, per poi passare al Livorno; lasciati gli amaranto si sarebbe accasato al Santa Croce sull'Arno, giocandovi la stagione 1930-31.

- Vittorio invece emerge dalle pagine de "Gli anni ruggenti amaranto", di Mario Di Luca: a pagina 142 si segnala "Falcinelli Vittorio", nato il 24 febbraio 1904 e morto il 13 maggio 1973; sue sono le due presenze della stagione 1929-30. Di lui non si dice altro.

Differiscono, oltre ai nomi, giorni e anni di nascita. Vengono in nostro "soccorso" (si fa per dire) le Liste di trasferimento, uno dei pochissimi documenti dell'epoca a citare i nomi di battesimo dei calciatori, altrimenti sconosciuti. C'è un "Vittorio Falcinelli" in uscita dal Viareggio nella lista del 16 agosto 1927: ed è sempre "Vittorio Falcinelli" a essere in uscita dal Livorno nelle liste del 1930, e in uscita dal Santa Croce sull'Arno nel 1933. "Orfeo Falcinelli" invece compare solo una volta in uscita, nel 1939, dalla Gioiese di Gioia Tauro (Reggio Calabria). La situazione che pare delinearsi è questa: il portiere del Livorno '29-30 era Vittorio Falcinelli, e la sua carriera è quella che Enciclopediadelcalcio attribuisce a "Orfeo" Falcinelli. La domanda è: da dove vengono fuori i dati anagrafici di Orfeo Falcinelli? Quelli di Vittorio sono ben circostanziati: Di Luca ha svolto un lavoro attento, andando a specificare per quasi tutti i giocatori del Livorno date di nascita e di morte - una vera e propria rarità, degna di lode. È possibile che i due Falcinelli fossero fratelli nati a Livorno, portieri cresciuti entrambi nel Viareggio e poi separatisi? In questo caso, Vittorio sarebbe "Falcinelli I" e Orfeo "Falcinelli II": ma in nessun caso accanto al cognome "Falcinelli" i tabellini specificano un numero. O magari sono giocatori diversi (non si conosce il ruolo dell'Orfeo Falcinelli della Gioiese), che niente hanno a che fare l'uno con l'altro? I dubbi restano. L'opinione di chi scrive è che Vittorio Falcinelli sia il portiere di Viareggio e Livorno, e che Orfeo Falcinelli sia entrato in questa storia solo perché portava quel cognome. Può essere che mi sbagli: spero che qualcuno in possesso della soluzione mi aiuti a chiarire la questione e diradare la nebbia che la avvolge.

Le carriere

Vittorio Falcinelli
n. 24.02.1904 - m. 13.05.1973

Portiere

1923-24 San Marco Livorno
1924-25 Viareggio?
1925-26 Viareggio?
1926-27 Viareggio 16/-25
1927-28 Viareggio 24/-17
1928-29 Viareggio 5/-6
1929-30 Livorno 2/-8
1930-31 Santa Croce sull'Arno
1931-32 Santa Croce sull'Arno
1932-33 Santa Croce sull'Arno

Orfeo Falcinelli

Giocatore:
1938-39 Gioiese

Allenatore:
1955-56 Ternana.

La carriera di Orfeo riportata su Enciclopedia del calcio:

Orfeo Falcinelli
n. Livorno, 28.02.1906

Portiere

1924-25 Viareggio
1925-26 Viareggio
1926-27 Viareggio 16/-
1927-28 Viareggio 24/-
1928-29 Viareggio 5/-
1929-30 Livorno 2/-8
 1930-31 Santa Croce sull'Arno
La foto di Falcinelli tratta da Enciclopediadelcalcio



Falcinelli nelle riserve del Viareggio

1 agosto 2013

I fratelli Plemich

A volte avere lo stesso cognome aiuta, magari per far carriera o per sfruttare la notorietà di qualche celebre fratello. Ma quasi altrettanto spesso, avere un cognome noto è uno svantaggio: si finisce per essere considerati sempre i "fratelli di", i "figli di", e mai, o quasi, giudicati per il proprio valore. È il caso dei fratelli ungheresi Plemich, nel quale uno dei due, il più celebre Ferenc, ha eclissato l'altro, Rudolf, fino a farne quasi perdere le tracce. È obiettivo di questo articolo riportare ordine sulla questione, facendo luce sulle vicende che hanno generato l'erronea convinzione dell'esistenza di un solo Plemich anziché due.

In primis, chiariamo: i Plemich erano due, Ferenc ("Francesco") e Rudolf ("Rodolfo"). Nel libro di Zelesnich sul Monfalcone, a pagina 20, c'è chiaramente scritto: "Giocarono pure [...] i due fratelli Plemich", lasciando veramente poco spazio ai dubbi. E quindi, come si usava all'epoca, Plemich I e Plemich II: così sono citati nei tabellini della Monfalconese in cui compaiono entrambi. Ferenc era il maggiore, nato nel 1899 a Budapest: si era trasferito in Italia molto giovane, recandosi a Trieste che, per via dell'ubicazione geografica e della sua tradizione di città "austro-ungarica", si rivelò per lui città comoda e ospitale. Nella Triestina gioca come ala sinistra e come centravanti, ma è capace anche di fare il centromediano, sfruttando le sue abilità nella costruzione del gioco e la sua capacità di vedere chiaramente cosa accade in campo. Affina particolarmente le sue doti di organizzatore durante il suo periodo alla Monfalconese: nella cronaca di Monfalconese-Triestina 2-1 apparsa su "Il Popolo" di Trieste nel 1925, di lui si dice:

«Una parola speciale vogliamo infine spendere per Plemich I, il quale non solo ha migliorato dallo scorso anno i suoi mezzi fisici ma li ha disciplinati con una intuizione e una finezza di cui francamente non lo credevamo capace. Egli è ora fornito di prodigiose armi fatali ed è apparso in vero trascinatore della linea bianca, compiendo innumerevoli prodezze.»

In un'intervista al Littoriale pubblicata nel 1931, egli stesso racconta così le sue vicende in Italia:

«[Sono in Italia] dal 1921, anno in cui sono stato ingaggiato quale trainer dalla Triestina rimanendovi fino al '23, di dove son passato al Monfalcone per trasferirmi nel '27 al Bari che vinse il campionato di II Divisione e dove ho giuocato tutte le partite del Campionato. Nel '28 abbandono il Bari per passare al Lecce ed anche questo anno ho la soddisfazione di vedere questa squadra vincere il Campionato di I Divisione. Al '30 poi passo al Trani che la fine del Campionato vede al quarto posto nella classifica generale.»

Questa dunque la carriera di Ferenc da giocatore: al suo racconto vi è da aggiungere l'esperienza alla Torres, immediatamente successiva all'intervista sopra citata (condotta appunto sul treno che portava Ferenc da Terranova a Sassari). Alla Torres Plemich vive la sua ultima stagione da giocatore: già al Trani, infatti, interpretava la doppia funzione di allenatore-giocatore, coadiuvando i dirigenti della squadra nella scelta degli elementi da schierare in campo volta per volta; e alla Torres scenderà in campo ancora una volta, ormai già più «trainer» che «footballer». Plemich divenne un affermato allenatore, guidando con particolare cura le squadre del Meridione, zona d'Italia in cui visse per buona parte della sua carriera calcistica (specialmente in Puglia), con alcuni rientri a Trieste, nella Ponziana. Tornato definitivamente a Trieste, vi morì nel 1989.

Rudolf è di 2 anni più giovane del fratello, nasce a Budapest nel 1901 e inizia a giocare a Monfalcone, città in cui vive poiché il fratello Ferenc gioca nella Monfalconese. E dal fratello prende la passione per il calcio, che lo porta a debuttare, giovanissimo, nella stagione 1923-24, disputata in II Divisione. Rudolf si afferma presto come abile mediano, giocando sia come «half» destro e sinistro che come «centre-half». Dopo le due annate alla Monfalconese, in cui esprime al meglio il suo gioco, viene notato dalla Triestina, che già conosceva il... "buon sangue" dei Plemich, avendo avuto in rosa, qualche anno prima, l'abile Ferenc. I due fratelli si separano per la prima volta nel 1925-26, e per due stagioni disputano lo stesso campionato, la I Divisione: Ferenc nella Monfalconese, da attaccante; Rudolf nella Triestina, da centromediano. Nel 1926-27 in classifica ha la meglio Ferenc, che contribuisce al quinto posto del Monfalcone, seguito a ruota dalla Triestina di Rudolf, che l'anno seguente, con i suoi alabardati, conquista il terzo posto, mentre Ferenc deve accontentarsi dell'ottava piazza. E mentre Ferenc sceglie di lasciare l'area giuliana per il Sud, Rudolf rimane nella Triestina, con cui avrà la soddisfazione di giocare due campionati in massima serie. Il primo di essi è la Divisione Nazionale 1928-29, ultimo torneo a più gironi: esordisce alla prima giornata, a Milano il 30 settembre 1928, giocando da mediano sinistro. Un'emozione immensa per Rudolf, che ha modo anche di segnare un gol, circa due mesi più tardi, il 23 dicembre 1928 a Trieste contro il Prato (76º minuto). A fine stagione, Rudolf conta 11 presenze e una rete; rimane in rosa anche per il primo campionato a girone unico, la "Divisione Nazionale Serie A 1929-1930": vi gioca una sola gara, il 12 gennaio 1930 ad Alessandria, venendo impiegato come mediano destro. È la sua ultima apparizione sui campi della Serie A: nel 1930 la società giuliana lo mette in lista di trasferimento.

Le carriere dei due Plemich

Ferenc "Francesco" Plemich (I)
n. Budapest, 19.11.1899 - m. Trieste, 05.02.1989

Ruolo:
Centromediano e attaccante (centravanti/ala)

Giocatore:
1921-22 Triestina
1922-23 Triestina
1923-24 Monfalconese
1924-25 Monfalconese
1925-26 Monfalconese
1926-27 Monfalconese
1927-28 Ideale Bari 9 / 1
1928-29 Lecce 4 / 3
1929-30 Lecce 9 / 2
1930-31 Trani 8 / 0
1931-32 Torres 1 / 0

Allenatore:
1928-29 Lecce
1929-30 Lecce
1930-31 Trani
1931-32 Torres
1932-33 Torres
1933-34 Reggina
1934-35 Manfredonia
1935-36 Reggina
1936-37 Lecce
1937-38 Messina
1938-39 Pro Italia Taranto
1939-40 Ponziana
1940-41 Foggia
1941-42 Lecce
1942-43 Ponziana
1943-45 Barletta
1945-46 Lecce
1947-48 Bari
1949 Lecce
1953 Trapani

Rudolf "Rodolfo" Plemich (II)
n. Budapest, 05.10.1901 - m. Budapest, 13.03.1969

Ruolo:
Mediano e centromediano

Giocatore:
1923-24 Monfalconese
1924-25 Triestina
1925-26 Triestina
1926-27 Triestina
1927-28 Triestina
1928-29 Triestina 11 / 1
1929-30 Triestina 1 / 0

Fonti:

Per Ferenc:

- L'Agendina del calcio Barlassina, annate 1936-37 (p. 81) e 1940-41 (p. 119)
- Sintesi di Trani-Foggia, Il Littoriale, 20 dicembre 1940, p. 4.
- «Con mister Plemich da Terranova a Sassari», Il Littoriale, 22 agosto 1931, p. 4.
- Solobari.it
- Wlecce.it

Per Rudolf:

- Marco Sappino, Dizionario bibliografico enciclopedico di un secolo di calcio italiano, p. 1829.
- Tabellini della Divisione Nazionale 1928-29 e della Serie A 1929-30 pubblicati su "Il Littoriale" e "La Stampa"

Per entrambi:

- Luca Dibenedetto, El balon fiuman quando su la Tore era l'aquila, Borgomanero, Litopress, 2004.

- Narciso Zelesnich, All'ombra della Rocca tra una nave e l'altra - Storia del calcio Monfalconese in sintesi, Trieste, Zenith, 1975.

Galleria fotografica

Una delle prove dell'esistenza di due Plemich: due tabellini, pubblicati nel libro "El balon fiuman" di Luca Dibenedetto, in cui si notano due "Plemich", uno al Monfalcone e l'altro alla Triestina.


Una foto di Ferenc allenatore della Torres.
Una formazione della Monfalconese 1926-27 in una foto pubblicata nel libro di Zelesnich. Ferenc Plemich è al centro della seconda linea di giocatori, rispecchiando la sua posizione di centromediano: difatti, in questa foto i giocatori sono disposti secondo il loro ruolo (dal basso verso l'alto: terzini e portiere; mediani; attaccanti).

Una foto di Ferenc Plemich nel suo periodo a Lecce.

23 giugno 2013

Silvio Stritzel, campione d'Italia

Ci sono storie poco conosciute nel calcio italiano, legate specialmente agli anni dei primordi del movimento calcistico, quel periodo dal 1900 al 1929 che è troppo spesso dimenticato da chi si occupa di calcio. La storia di Stritzel è una di queste.

Silvio Stritzel nasce a Trieste il 22 dicembre 1893 (il 12 dicembre secondo l'Agendina Barlassina 1934-35) da una famiglia d'origini tedesche, ed è alla nascita un cittadino austro-ungarico. E tuttavia, al giovane va poco a genio quell'appartenenza, e nel 1908, per evitare di dover servire nell'esercito austriaco, lascia Trieste e fugge all'estero. Non fu, questa, una decisione priva di conseguenze: al padre fu negata la pensione per quel figlio disertore. Silvio s'avvicina al foot-ball, che diviene la sua grande passione: gioca in vari paesi, iniziando in Inghilterra, al Tottenham, come centromediano (sono gli anni del «metodo»). Un forte colpo subìto lo obbliga ad abbandonare il ruolo di padrone del centrocampo, costringendolo a sistemarsi in porta. L'iniziale malcontento si trasforma però in entusiasmo allorché Silvio s'accorge di possedere grandi doti per il ruolo di portiere. Viaggia molto: Francia, Svizzera, Ungheria; tornato in Italia si unisce, giovanissimo, al Foot Ball Club Venezia, giocando già alcune gare in Prima Categoria (la massima serie d'allora) e dimostrandosi all'altezza dei palcoscenici di rilievo. Era però ancora considerato uno "straniero", tanto che il 15 dicembre 1912 venne incluso in una selezione "straniera" detta «squadra mista» che affrontò la Nazionale italiana in una partita d'allenamento; tra l'altro, a soli 19 anni non ancora compiuti, seppe mettersi in mostra contro gli avanti azzurri (la prima linea italiana di quel giorno era: Milano II, Bontadini, Sardi, Rampini, Corna), subendo sì due reti da Corna e Bontadini, ma effettuando numerosi e decisivi interventi che limitarono il punteggio sul 2-1 in favore della Nazionale (rete di Ermanno Aebi per gli "stranieri"). Le prestazioni convincenti e sicure di Stritzel lo posero, per un certo periodo, anche nel giro dei papabili per guardare i pali della Nazionale italiana; e tuttavia, il triestino fu chiuso da Campelli e De Simoni. Silvio rimase al Venezia fino al 1914, dovendo poi interrompere le attività sportive per l'improvvido inizio della Prima Guerra Mondiale.
La Triestina del 1918. Stritzel è il secondo da sinistra.
Dopo la fine del terribile conflitto, Stritzel era tornato a Trieste, ove era tesserato per il Foot-Ball Club Trieste: e il 18 dicembre 1918 fu uno dei soci a presenziare il giorno della creazione dell'Unione Sportiva Triestina, nata dalla fusione di Ponziana e F.B.C. Trieste. Silvio fu il primo portiere della Triestina, e anche il suo primo bigliettaio (esatto: vendeva gli ingressi per il campo di Piazza d'Armi). Nel 1920 passa alla Novese di Novi Ligure, e vi rimane per due campionati. Ed è a Novi, con la società celeste, che Stritzel entra nella storia del calcio italiano. Nel 1921 sorgono insanabili contrasti interni al calcio italiano, che generano una divisione: da una parte la FIGC, federazione ufficiale; dall'altra la Confederazione Calcistica Italiana, formata dalle principali squadre di club. Due campionati, quindi: la Novese di Stritzel prende parte alla Prima Categoria FIGC, vincendo il girone piemontese con 6 vittorie, 2 pareggi e nessuna sconfitta, nonché un solo gol subìto. La squadra di Novi prosegue poi il suo cammino fino a raggiungere la finalissima, che la vede contrapposta alla Sampierdarenese di Genova. Dopo due gare combattutissime ma prive di gol, il 21 maggio 1922 va in scena la "bella" sul campo neutro di Cremona. Si rendono necessari i tempi supplementari, ma la formazione di Stritzel vince per 2-1 e ottiene il titolo ufficiale FIGC 1921-22, corredato da una medaglia d'oro, che Silvio custodirà sempre gelosamente. Un sogno, un'emozione impareggiabile: vincere un campionato ti segna dentro, ti rimane impresso nella mente per tutta la vita. Dopo la grande vittoria, però, in Stritzel si fa sentire la nostalgia di casa: e il portiere triestino sceglie di tornare nella sua città, accasandosi all'Edera. Con la piccola formazione giuliana partecipa alla prima edizione della Coppa Italia (1922) e gioca in Seconda e Terza Divisione. Nel 1925 passa all'Olympia di Fiume, dove giocherà una sola partita: Olympia - Monfalcone 2-1 del 4 ottobre 1925. Di lì a poco Strizel, ormai ben oltre i 30 anni, decide di ritrarsi dal calcio giocato.
Stritzel nelle vesti di allenatore (1931)

Tenta dunque la carriera di «trainer», come allora erano chiamati gli allenatori, e gira tutta l'Italia: nel 1931 guida la Salernitana, nel 1931-32 l'Ascoli, nel 1932-33 il Campobasso (anche se, inizialmente, era stato contattato dagli svizzeri del Basilea), poi Foggia e Monza. È anche un innovatore tattico, adotta un sistema di gioco quasi inedito in Italia; Il Littoriale lo descrive così: «giuoco a V, facendo vertice sul centro sostengo e con centro attacco avanzato. Il trio centrale parte stretto, s'allarga in profondità e con due uomini sono in posizione favorevole per il tiro in goal. Un sistema che [...] è ancora imperfettamente praticato, perché richiede doti non comuni di velocità e di intuizione, ma capace di far saltare di sorpresa le più accorte difese.» Per stessa ammissione di Stritzel, un sistema difficile per i «lattanti». Per ovviare alle fatiche richieste dal modulo, Stritzel pone particolare attenzione sull'allenamento atletico, e anche in questo è un precursore.

Stritzel è stato un protagonista del calcio italiano, anche se dimenticato. Questa breve biografia si propone di far conoscere la sua vicenda, facendola uscire dalla zona d'ombra in cui è rimasta per troppo tempo.

La carriera di Stritzel
Silvio Stritzel
n. Trieste, 22 dicembre 1893 - m. Villa d'Adda, 24.01.1970

Giocatore:
1911-1914 Venezia
1918-1919 Trieste 13/- (amichevoli)
1919-1920 Venezia
1920-1922 Novese
1922-1925 Edera Trieste 19/-
1925-1926 Olympia Fiume 1/-1

Allenatore:
1928-29 Vigor Ascoli
1931 Salernitana
1931-1932 Ascoli
1932-1933 Unione Sportiva Campobasso
1933-1934 Seregno
1934-1935 Foggia
1935-1936 Ripamolisani
1936-1937 Monza

Bibliografia:

Il Littoriale, 4 novembre 1931.
La Stampa, 9/12/1912, 16/12/1912, 26/04/1914.
Franco Astengo, Novese campione d'Italia, Il Savona, 9 gennaio 2009.
Dante Di Ragogna, La storia della Triestina, Trieste, Claudio Luglio Editore, 1997.
Luca Dibenedetto, El balon fiuman quando su la Tore era l'aquila, Borgomanero, Litopress, 2004.
Luca Dibenedetto, Pionieri alabardati, 2012.

16 marzo 2013

Come essere politicamente corretti in 441 parole.

Altro articolo uscito nel 2011 su Spirito Libero.

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Uno spettro si aggira per l’Europa… no, non va bene. Era una notte buia e tempestosa… no, neanche questo funziona. Iniziamo in maniera più semplice: in questo articolo tratterò un tema che potrebbe essere argomento della mia tesi di laurea, sono ancora indeciso tra questo e “Aspetti culturali e problematiche del punto croce nella civiltà bizantina”. Ciò di cui voglio parlarvi è il cosiddetto “politicamente corretto”, conosciuto anche con il nome in lingua inglese, politically correct. Saprete tutti cos’è, ma per i fortunati che lo ignorassero, è un concetto che ha incominciato a prendere piede nel XX secolo e che ha raggiunto vette di assurdità parossistica a partire dagli anni ’80 circa. In questo mio pezzo cercherò di insegnarvene i rudimenti, così che possiate sfoggiare anche voi un forbito linguaggio “per ogni occasione”. Ma accidenti, siamo già alla 139a parola e ancora non ho detto niente! Cominciamo! Alla base del politicamente corretto (da qui in avanti, PC) vi è l’idea di un linguaggio (e di un comportamento) teso a non offendere nessun gruppo sociale e/o etnico, così che chi usi un tale linguaggio possa evitare gaffe e relazionarsi con tutti, cosciente di parlare “nel modo giusto” e di non urtare l’altrui sensibilità. E come si fa, direte voi, a raggiungere una tale forma del parlato (e dello scritto)? Semplice: utilizzando perifrasi, eufemismi e termini evasivi. Per esempio, di me si potrebbe dire che sono un “diversamente magro” o un “verticalmente svantaggiato”; una persona poco acuta potrebbe divenire un “individuo con differenti attitudini intellettive”; un grandissimo maleducato si trasformerebbe in una “persona poco incline all’empatia”. Si potrebbe andare avanti, ma mi fermo qui, per pietà. Per essere PC basta dire non ciò che si pensa, ma ciò che si sa che gli altri vogliono sentire; non ciò che si sente, ma ciò che il cosiddetto senso comune vorrebbe che sentissimo; non ciò che si crede, ma ciò che il mondo vorrebbe credere. Mentre l’idea di fondo è giusta e condivisibile (evitare termini offensivi è logicamente auspicabile, e tutti dovremmo farlo, evitando di usarli con gratuità), gli eccessi sfiorano il paradosso, quando non sprofondano nel ridicolo. È stato inventato anche il termine “politicamente scorretto” per ideale giustapposizione, ma in realtà, molto spesso, ciò che così viene definito è solo una scialba brutta copia del PC all’acqua di rose, con due o tre parolacce messe lì, per far ridere chi crede che siano davvero “trasgressive” e “audaci ribaltamenti del PC”. La sincerità, nel semplice linguaggio (forma del pensiero) e nelle idee, con se stessi e con gli altri, risiede spesso nell’espressione di sé, e occupa (dovrebbe occupare, anzi…) il primo posto nelle priorità personali.

28 gennaio 2013

Si stava meglio quando si stava peggio?


Un altro dei miei articoli usciti nei primi mesi del 2011 sulla rivista Spirito Libero.

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Avete mai capito se ambasciator porta pena oppure no? Vi siete mai chiesti se l’importante è essere giovani dentro, o se le donne maturano prima degli uomini? Ma poi, i ricchi piangono? Tutte queste domande, e molte altre, ve le potreste tranquillamente porre, dato che ogni giorno si viene a contatto con una espressione di questo genere, che, come tutti sapete, si chiama luogo comune. Nessuno ne è al sicuro, sfortunatamente, e non si può far altro che farci il callo e sperare di non incappare in un aficionado che vi ricorre tanto spesso quanto noi ricorriamo allo spazzolino da denti. Sono spesso gli insospettabili che ne fanno uso: magari avvocati, professionisti affermati, che nel bel mezzo di una conversazione con i colleghi sfoderano il delizioso “Ma perché sai, nella vita non ti regala niente nessuno” o il temutissimo “Dai, dai, che la speranza è l’ultima a morire!”. E, tutte le volte che io sento una di queste espressioni, provo una sorta di pena per chi la pronuncia e un sentimento di umana comprensione e solidarietà per il collega che ascolta (a meno che poi non risponda con un altro luogo comune: in tal caso, la disfatta è totale e l’empatia è annullata). La mia riflessione è questa: è davvero così difficile ragionare prima di parlare e non dire una banalità? O almeno provarci! È scoraggiante, almeno per me, sentire che un discorso, che magari è condotto nella più sincera delle maniere, viene ridotto a uno scambio di frasi di circostanza, che spesso tagliano di netto la conversazione, più o meno come il vostro parrucchiere quando gli dite “giusto una spuntatina, mi raccomando”. Il vero problema dei luoghi comuni è il generalizzare. Da un caso, si pretende di stabilire una regola; e se c’è una cosa che l’esperienza insegna, è che in questo mondo le previsioni non sono possibili. Si può provare, tentare, di inscatolare la realtà, ma lei non è d’accordo: una scatola, una frase, le stanno troppo strette. Abbiamo talvolta bisogno di risposte facili, di vittorie a portata di mano o di una battuta pronta quando il tempo stringe; ma non è certo nelle frasi precostituite che le possiamo trovare. Vi lascio con una domanda: fu vera gloria? Ai posteri l’ardua sentenza. E anche un po’ di aranciata, ché aspettare fa venir sete.

13 gennaio 2013

Fenomenologia di Sandro Piccinini

Ormai da diversi anni a questa parte il mondo delle telecronache delle partite di calcio assiste al sorgere di una nuova generazione di commentatori, che gli ammiratori potrebbero definire "entusiasti" e che i detrattori sostengono invece essere semplici "esagitati". Lo stile telecronistico di questi giornalisti è caratterizzato da una costante enfasi narrativa volta a cercare di spettacolarizzare ogni singolo secondo della partita, anche il più piatto e tranquillo, in ossequio alla generale tendenza televisiva ad aumentare il rumore e diminuire il contenuto. Iniziatore, capostipite e massimo esempio di questa categoria è certamente Sandro Piccinini. In contrasto con cronisti più misurati come Bruno Pizzul o Stefano Bizzotto, Piccinini ha dichiarato una personale guerra al silenzio e allo stile: le sue armi, un vocabolario basilare e un'ugola portentosa. Chiave delle telecronache di Piccinini è la ripetizione di un numero limitatissimo d'espressioni: ogni frase è pronunciata con la stessa cadenza (tono in crescendo ed enfasi sull'ultima parola detta), la ricerca lessicale è nulla, la metafora è sempre impiegata nella più dozzinale delle versioni. Nel corso di una telecronaca della durata media di circa 100 minuti compresi recuperi e brevi intervalli, ascolterete decine e decine e decine di volte le stesse frasi, tanto che lo spazio-tempo intorno a voi arriverà a distorcersi, vi perderete come in un labirinto («ma non l'aveva già detto prima, al 15'? Ma quanto tempo è passato?»), dimenticherete ogni concetto di coerenza temporale e vi ritroverete al termine della partita con molti neuroni in meno e qualche dubbio: avete assistito a una partita di calcio o a un film surrealista? Non tentate di segnarvi il numero di volte in cui Piccini pronuncia i suoi vari (si fa per dire) "numero", "per lui", "zona tiro", "incredibile": perdereste sicuramente il conto a metà primo tempo, avendo esaurito tutti i foglietti preparati per l'occasione. Piccinini in questo è preciso come un orologio svizzero: a ogni tocco di palla che richieda un minimo d'abilità, urlerà «NUMERO!»; a ogni passaggio lungo, «SCIABOLATA!»; ogni volta che un giocatore arriverà a meno di 30 metri dalla porta, puntuale svuoterà i polmoni con «ZONA TIRO PER LUI!»; e ogni cosa insolita è ovviamente «INCREDIBILE!». Piccinini non riesce a evitare l'enfasi, è ormai connaturata in lui: se inquadrassero un giocatore che si allaccia le scarpe, strepiterebbe «NUMERO! LE FA COL DOPPIO NODO!». La ripetizione diviene ipnotica, le certezze vengono a poco a poco a mancare: cos'è davvero bello, se tutto è un «NUMERO!»? Le cronache di Piccinini hanno dato inizio a un diffuso e progressivo abbandono della serietà del commento in favore della vivacità a tutti i costi, aumentando enormemente il numero degli errori dei cronisti che, concentrati come sono a doversi sgolare, non possono certo fare attenzione alla pronuncia dei nomi, ai ruoli dei giocatori, alle azioni in campo, agli aspetti tattici. Ci mancherebbe. Conta solo intrattenere, ma non con le immagini dello sport, il calcio, bensì con urli, espressioni stereotipate (ogni telecronista ha la sua, che lo identifica - purtroppo, non in questura, ma all'orecchio del telespettatore), commenti da bar. Piccinini ha veri e propri emuli (i colleghi Luca Gregorio ed Enrico De Santis, che tentano di replicare il disistile di Piccinini adottando addirittura il suo stesso vocabolario), semplici imitatori e urlatori come Fabio Caressa che, partendo dal "modello Piccinini", hanno sviluppato tutto un loro modo di (non) commentare, magari aggiungendo assurdi tentativi di picchi di lirismo (regolarmente falliti), toni pseudo-epicizzanti e una generale rinuncia alla professionalità. La situazione, almeno per ora, non pare tendente al miglioramento.

7 gennaio 2013

Parole mal tradotte: education


Education

La parola mal tradotta di oggi è "education", un altro "falso amico". Parola d'uso abbastanza frequente in inglese quando l'argomento è la scuola. Quante volte, in un film o in un'opera scritta originariamente in inglese e poi tradotta in italiano, avete sentito frasi come "ha avuto un'educazione molto costosa" o "il sistema educativo" o "il ministro dell'educazione"? Ovviamente non si parlava di buone maniere a tavola o di grazie, prego e buonasera, ma di percorsi di studi: la parola "education" significa "istruzione", non "educazione". Andiamo ad analizzare più nel dettaglio.


Definizione di "education" (dal dizionario di A.S. Hornby):

1 - formazione sistematica e istruzione (specialmente nei giovani, a scuola, al college, ecc.).

2 - la conoscenza e le abilità e lo sviluppo del carattere e delle capacità mentali risultanti da tale formazione.

Vediamo adesso le definizioni in italiano, prima quella del traducente sbagliato, poi di quello corretto:

Definizione di "educazione" (dal Devoto-Oli 1971):

1 - metodico conferimento o apprendimento di principi intellettuali e morali, validi a determinati fini, in accordo con le esigenze dell'individuo e della società.

2 - criterio che guida a comportarsi civilmente e cortesemente nei contatti col prossimo [...].

Definizione di "istruzione":

1 - il conferimento o l'acquisizione dei dati relativi a una preparazione tecnica o culturale, mediante un insegnamento per lo più organico (in particolare la preparazione tecnica e culturale dei giovani, che si compie in modo sistematico nella scuola).

Appare dunque evidente che la definizione di "istruzione" coincide, quasi perfettamente, con quella di "education"; ed è pertanto sbagliato tradurre la parola inglese "education" con l'italiana "educazione".

3 gennaio 2013

Un conflitto eterno. Completamente inventato.


Pubblico in questo post un mio vecchio articolo, uscito a inizio 2011 sulla rivista Spirito Libero (allora cartacea, ora si trova all'indirizzo http://www.spiritoliberomag.it/). A posteriori, il titolo non mi pare dei più felici, ma tant'è. Riporto anche quello.

La questione di oggi invade ogni spazio della vita quotidiana e della comunicazione di massa: il conflitto tra i sessi. Si tratta di un problema che, se affrontato con (facile) ironia, riscuote grandi successi,  e sono citabili come esempi lampanti l’umorismo dei comici (sic!) Geppi Cucciari e Dario Cassini o il film di recente uscita Uomini contro donne, e che invece, portato in ambienti professionali e in contesti sociali, suscita grandi dibattiti, che sovente sfociano nel più insipido dei muro contro muro. La questione si regge su un immenso equivoco di fondo che mi pare tanto banale quanto quintessenziale sottolineare: la sola distinzione tra uomini e donne è obsoleta, se non un retaggio preistorico. Una differenza che poteva valere quando nei cieli spiccavano brevi voli dei placidi Archaeopteryx. Nel farlo adesso si commette un errore macroscopico, e cioè si passa sopra alla sussistente parità tra gli esseri umani, alla loro uguaglianza. Se si continuano a concepire uomini e donne come esponenti del proprio sesso anziché dell’umanità come insieme di menti, sarà inevitabile cadere nei più triti luoghi comuni e nelle discriminazioni, e basti pensare al trattamento che ricevono le donne in vari campi del lavoro, così come all’immagine che gli uomini devono mantenere per non essere definiti “effeminati” (insulto grave quant’altri mai, per chi è cresciuto con il mito del playboy seriale e all’ombra della figura del patriarca infallibile, e in definitiva per chi ha una imponente mole di insicurezze legate alla concezione di sé in funzione degli altri). Sono spesso portato a concludere, quando mi trovo davanti a discorsi del genere, per capirci “voi donne/uomini siete tutte/i uguali!”, ed è importante l’intercambiabilità dei termini per definire la vacuità dell’affermazione, che chi li fa pensi con una coscienza protoscimmiesca, un intelletto perso tra le felci pre-glaciazione (di cui però c’è da dire che farebbero la loro figura in salotto). È davvero così difficile smettere di essere schiavi della propria immagine esteriore, di essere così asserviti a considerare l’altro sesso “inferiore”, di avere una concezione dell’altro quale semplice rappresentazione di un genere? Probabilmente sì, per chi è stato educato fin da piccolo alla competitività, all’affermazione di sé sugli altri (affermazione coercitiva, s’intende). È certo più facile dire “ma sì, gli uomini sono tutti pansessuali” o “ma sì, le donne sono tutte mignotte” che fermarsi a considerare la complessità della mente, la profondità dei pensieri, le diversità tra i singoli individui. Generalizzo, e il gioco è fatto: via tutto, tabula rasa. Pensieri? Cosa sono? Coscienza? Quale? Sensibilità? Ma la possiede qualcun altro oltre a me? Una terrible simplification che annulla l’essenza stessa dell’essere umano, la comprensione dell’altro, la consapevolezza che non siamo egolatricamente chiusi in noi stessi ma che chi abbiamo intorno è complesso almeno quanto noi, se non di più. E allora basta, basta barriere, basta ostacoli, basta grettezze dispettose e malignità maliziose, non siamo uomini e donne ma esemplari di homo sapiens sapiens, abbiamo la capacità per andare oltre ai pregiudizi, ai sospetti, alle discriminazioni, alla stolidità. Se lo vogliamo.