13 marzo 2017

Una riflessione

Le scuole calcio devono essere strumenti formativi non solo a livello sportivo, ma anche a livello umano. Ovviamente non devono essere surrogati di educazione e istruzione, ma devono agire in parallelo, contribuendo con insegnamenti che possono derivare solo dallo spirito sportivo.

Negli ultimi anni ho notato che anche ai bambini viene insegnata la simulazione, la protesta all'arbitro, la condotta antisportiva. Fin dagli inizi viene detto ai bambini che appena si viene toccati si deve gettarsi a terra per cercare il fischio dell'arbitro. Appena caduti si guarda il direttore di gara strabuzzando gli occhi, esigendo il fischio e la punizione all'avversario. Si rimane a terra fingendo dolori lancinanti quel tanto che basta perché l'arbitro sia persuaso a soffiare nel fischietto. Poi ci si rialza prontamente, magari proponendosi per calciare la punizione o il rigore appena ottenuti.

Non aiutano certamente i calciatori di Serie A, ormai dei veri e propri maestri nell'arte del tuffo, tanto da far invidia agli olimpionici del trampolino. Inevitabilmente i bambini si ispirano a loro come modelli di comportamento: inutile dire quanto danno facciano a uno sport nato e fondato sulla correttezza e sull'utilizzo delle abilità – individuali e di squadra – per superare gli avversari.

L'insegnamento del calcio deve partire dallo spirito sportivo. Non si devono forgiare degli atleti pronti a tutto pur di mendicare un calcio di rigore o un'espulsione di un difensore avversario. Si devono formare degli uomini di sport, con dei principî saldi e incorruttibili. Altrimenti si diviene fautori della rovina dello sport che più di ogni altro rappresenta e deve rappresentare comunione e onestà.

A. R. T.

21 dicembre 2016

Umberto Caligaris: anima e corpo

di: Andrea Ridolfi Testori

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Umberto Caligaris è uno dei più importanti difensori della storia del calcio italiano. Non a caso scrivo è, e non è stato. Il suo impatto è stato fulmineo e duraturo, la sua impronta indelebile. Il suo modo di giocare, caratterizzato da potenza, colpo d'occhio e capacità di sfidare l'avversario faccia a faccia, senza paura, influenzerà tanti difensori degli anni seguenti, che da lui trarranno ispirazione. Tra le sue virtù lo spirito indomito, l'amore sincero e purissimo per uno sport, il calcio, che nella sua forma più verace riesce a tirar fuori sentimenti autentici, franchi, di passione e di coraggio. Atleticamente era completo, dotato nella corsa (a 17 anni fu campione cittadino nei 100 metri piani), impareggiabile in elevazione (e difatti eccelleva anche nella disciplina del salto in alto) e per natura portato all'acrobazia; la sua specialità era il «rinvio a forbiciata», come descrive Vittorio Pozzo, «per cui rimaneva un istante in aria come se stesse per spiccare il volo». Non era altissimo, 1 metro e 71, ma riusciva, con tempismo e istinto, ad anticipare anche chi lo superava in altezza. La forza dei suoi rinvii, la sicurezza con cui controllava ogni situazione e la capacità di leggere le traiettorie del pallone e i movimenti degli avversari destavano una sempre rinnovata ammirazione. Caligaris compendiava in sé tutte le doti del perfetto difensore.

Un giovanissimo Caligaris
allo Sparta
Umberto Francesco Luigi Caligaris nacque a Casale Monferrato il 26 luglio 1901. Figlio di un padre cultore dello sport ed esperto nel gioco del pallone elastico, fin da piccolo visse con passione il movimento calcistico della sua città, che negli anni della sua infanzia era al massimo del proprio splendore: il Casale infatti combatteva sui campi della Prima Categoria italiana, e nel 1913-14 vinse uno scudetto che suscitò meraviglia e incontenibile gioia nella comunità piemontese, che viveva un periodo florido anche dal punto di vista dello sviluppo industriale ed economico. Proprio nel 1913, ancora giovanissimo studente, Berto (così era affettuosamente soprannominato) mosse i primi passi nello sport che sarebbe poi divenuto fondamento della sua vita. Dalle partite all'oratorio Sacro Cuore nel rione Valentino, dove inizialmente fu schierato portiere, poi centravanti e infine giunse al suo predestinato ruolo di terzino, fece parte dei fondatori dello Sparta, società di «liberi» dalla maglia bianca con striscia verde. Le attività di questa squadra furono interrotte dal primo conflitto mondiale; già nel 1917, però, si ricompose lo Sparta – con Caligaris ancora tra i fondatori insieme a diversi suoi futuri compagni nel Casale – che adottò la maglia bianca con stella nera, versione "in negativo" della divisa nerostellata che aveva infiammato i cuori dei casalesi. Fino al 1919, lo Sparta proseguì la sua attività a livello locale: poi si ricostituì il Foot Ball Club Casale, e con esso tornò la maglia nera che tanto mancava agli appassionati.

Caligaris fece il suo debutto assoluto in prima squadra il 12 ottobre 1919 contro la Valenzana. Questa la formazione casalese: Gaviorno; Scrivano, Caligaris; Bargero II, Bergante, Barbesino, Migliavacca, Siviardo, Corrado, Riccio, Bertinotti. La partita fu vinta per 3-1 e Caligaris giocò tutte le 20 partite della stagione: cambiava il compagno di reparto (talvolta Scrivano, talaltra Grosso II) ma lui rimaneva un punto fermo. Il giovane difensore, giocando terzino sinistro, iniziava a scrivere la propria leggenda, accompagnato in campo dal fazzoletto che aveva la funzione di mantenere in ordine i lisci capelli, portati piuttosto lunghi. Nel 1919, a dimostrazione ulteriore della sua serietà, conseguì il diploma di ragioneria. In campionato il Casale superò il primo turno, ma non riuscì a vincere il girone semifinale, terminando al quarto posto nel gruppo B. Nel 1920-21 ancora Caligaris sempre in campo, con diversi partner difensivi (Acuto, Bargero II, Sarasso). Una stagione di conferma del proprio valore, a riprova che quel ragazzino che tanto bene aveva giocato nella prima annata non era un fuoco di paglia. Il torneo 1920-21 fu importante anche per un episodio che fece già intuire il temperamento di Caligaris. Il 19 settembre 1920 si giocava Casale-Alessandria, incontro di Coppa Palli: Caligaris e Baloncieri si scontrarono duramente sulla linea di fondo campo, e tra i due nacque un alterco che degenerò in rissa. La partita venne sospesa e infine data vinta al Casale, dato il rifiuto dell'Alessandria di proseguire la partita. Nel 1921-22 il calcio italiano attraversava un periodo di scisma, con la creazione della C.C.I., la Confederazione Calcistica Italiana che riuniva le maggiori società dell'epoca in contrasto con la F.I.G.C. Il Casale partecipò per l'appunto al campionato organizzato dalla federazione "scissionista", ma non riuscì a brillare, concludendo al sesto posto nel girone B. Proseguiva però il momento di eccezionale forma per Caligaris, particolarmente positiva anche a livello realizzativo: il primo gol in carriera lo realizzò il 16 ottobre 1921 contro il Savona, su punizione tirata con potenza e decisione; dopo la doppietta segnata contro il Genoa il 2 aprile 1922 (il primo dei due gol su calcio di rigore), Caligaris seppe ripetersi altre 2 volte, contro Brescia (5 marzo 1922, rigore) e Internazionale (19 marzo, rigore). Il 15 gennaio 1922 ebbe l'onore di debuttare in Nazionale, a Milano contro l'Austria. Il terzino casalese affiancò niente meno che Renzo De Vecchi, il popolarissimo "Figlio di Dio" che era una vera e propria icona vivente del calcio italiano. Un'emozione che rimarrà nel cuore di Caligaris per tutta la vita.

Caligaris nei primi anni al Casale
A soli 21 anni Umberto Caligaris era già uno dei giocatori di maggior fama del Paese: era riuscito infatti, provenendo da una realtà relativamente piccola come Casale Monferrato, a ergersi tra i primi nel suo ruolo, portando nuovamente il Casale agli onori della cronaca per aver prodotto un così mirabile esempio di giocatore appassionato, ardito, capace di rappresentare a pieno lo spirito del calciatore che gioca non già per lucro, ma per limpido e incorrotto amore dello sport. Nel 1922-23 ancora una stagione da protagonista, con 22 presenze, inamovibile nella "terza linea" dei nerostellati. Nel 1923-24 le prime difficoltà: il Casale attraversava un periodo poco felice a livello economico, e Berto subì un infortunio al ginocchio che lo costrinse a saltare alcune partite. La stagione però ebbe una nota positiva: il gol segnato il 13 aprile 1924 contro l'Internazionale su calcio di punizione. A campionato finito, un altro evento di fondamentale importanza per la carriera di Caligaris: i Giochi olimpici. Incluso da Pozzo nella lista dei convocati, il terzino casalese giocò 2 partite, contro Spagna e Svizzera. Le Olimpiadi furono la prima competizione vera e propria disputata da Caligaris con la maglia azzurra, avendo fino ad allora vestito i colori della Nazionale solo in partite amichevoli. Un palcoscenico di assoluto prestigio, che confermò ulteriormente l'ascesa ai massimi livelli di Caliga (questo l'altro suo soprannome). Il 25 maggio 1924, oltre a segnare il debutto olimpico, fu una data storica per un'altra ragione: fu infatti la prima partita in cui scesero in campo, fianco a fianco, Virginio Rosetta e Umberto Caligaris. Due nomi destinati a rimanere legati per sempre.

Nel torneo 1924-25 il Casale tornò ad alti livelli, contendendo il primo posto del girone A della Lega Nord a Genoa e Modena: ancora una volta Caligaris sempre presente, stavolta affiancato dall'imponente Ticozzelli che lo sovrastava in altezza grazie al suo metro e 87. La coppia formata dai due terzini era eccezionale, una combinazione di potenza e ardore al servizio della propria squadra. I ben coordinati movimenti dei due contribuivano a dare sicurezza alle altre due linee in campo. Nel 1925-26 20 partite ad alti livelli per Caligaris, che rimaneva uno degli elementi di maggiore valore in un Casale segnato da un leggero calo di rendimento; stagione da ricordare anche per la presenza di Eraldo Monzeglio che formò un altro favoloso duo difensivo con Berto, essendo passato da centromediano a terzino. Nel 1926-27 stagione con un triplice impegno: campionato, Coppa C.O.N.I. e Coppa Italia. Il Casale seppe onorare le tre competizioni, figurando assai bene specialmente in Coppa C.O.N.I., in cui raggiunse la finale persa per un soffio con l'Alessandria. Per il campionato 1927-28 il Casale assunse la nuova denominazione di Casale XI Legione, imposta dal regime per rafforzare ancora di più l'immagine fascista della squadra nerostellata. Sorretto ancora una volta da un Caligaris solido e nel pieno delle forze, il Casale riuscì a qualificarsi per il girone finale grazie al terzo posto ottenuto nel gruppo A. Tuttavia, alla buona prestazione nella prima fase seguirono diversi risultati negativi, e i casalesi terminarono ultimi con soli 4 punti in 14 partite.

Il Trio Combi-Rosetta-Caligaris
Per Caligaris era arrivato il momento di cambiare. Da tempo ormai giungevano offerte da numerose squadre, desiderose di assicurarsi uno dei più forti terzini del panorama internazionale dell'epoca; tra queste il Torino che più volte aveva vanamente tentato l'assalto, sempre respinto dalla dirigenza del Casale. La fama di Caligaris era tale che persino il Liverpool si interessò al giocatore, ambendo a portarlo nella patria del football, dandogli la possibilità di confrontarsi con i maestri inglesi. Non furono però le sirene estere ad affascinare e conquistare Caligaris, bensì la Juventus. Nell'estate 1928 il terzino casalese si recò ad Amsterdam per partecipare alle Olimpiadi: durante tutto il torneo si comportò benissimo; con gli azzurri eliminati dalla corsa all'oro olimpico dall'Uruguay futuro vincitore, ebbe comunque modo di ricevere l'altissimo onore di una medaglia di bronzo, ottenuta grazie al clamoroso successo per 11-3 sull'Egitto nella gara conclusiva del torneo. Il 19 luglio 1928 venne concluso il passaggio dal Casale alla Juventus, dopo diversi giorni di trattative. La decisione fu accolta con rabbia dai tifosi nerostellati, che pare arrivarono a dare alle fiamme un fantoccio con le sembianze di Caliga, e gli serbarono un duraturo rancore che solo gli anni riuscirono ad attenuare. La Juventus si era così aggiudicata «il terzino più dinamico su cui conti il calcio italiano del momento attuale», come lo descrisse La Stampa. Sempre il quotidiano torinese si rivelò profetico: nella cronaca di un'amichevole settembrina con la Pro Patria scrisse «Non vi è dubbio che contro il granitico baluardo formato da lui [Caligaris], da Rosetta e da Combi, si andranno ad infrangere i più formidabili attacchi avversari». Una frase che preannunciava ciò che negli anni a seguire sarebbe diventato il terzetto difensivo più emblematico degli anni '30.

Combi, Rosetta, Caligaris. Iniziava ovviamente così la formazione dei bianco-neri il 30 settembre 1928, giorno dell'esordio di Berto con la Juventus in campionato. A Reggio Emilia è pareggio con la locale squadra granata, 2-2. La linea difensiva non ebbe però demeriti, e i due terzini Rosetta e Caligaris misero in mostra interventi precisi, cui del resto avevano abituato già in maglia azzurra. Il primo torneo disputato a Torino da Caligaris fu positivo: brillante la prestazione con il secondo posto nel girone B (e con essa ottenuta la partecipazione alla Serie A a girone unico prevista per l'anno seguente), e vittoria nello spareggio per la qualificazione alla Coppa dell'Europa Centrale, la competizione europea per club che vedeva affrontarsi le migliori compagini del continente. Il debutto a livello internazionale con la maglia juventina avvenne il 23 giugno 1929 contro lo Slavia Praga al campo di  Corso Marsiglia. Tenendo fede alla sua reputazione, per nulla intimorito dagli avversari Caligaris fu «impetuoso e audace», agendo da "terzino volante". Il 6 ottobre 1929 Caligaris entrò nella storia del campionato di Serie A insieme ai suoi compagni, partecipando alla prima giornata del neonato torneo a girone unico. Un'avvincente sfida contro il Napoli, terminata con la vittoria bianco-nera per 3-2, è la prima gara della Juventus nella moderna Serie A. Caligaris aveva un rapporto controverso con l'allenatore William Aitken, che sottoponeva l'intera rosa ad allenamenti molto impegnativi dal punto di vista fisico e aveva idee molto precise sullo schieramento tattico, essendo sostenitore del "sistema". Caliga era sempre pronto al massimo impegno fisico, ma aveva alcune riserve sui compiti che Aitken voleva assegnargli, specialmente nel gioco senza palla. Per lui infatti la conquista del pallone era l'essenza stessa del gioco, l'assoluta e irrinunciabile priorità, e rinunciarvi anche solo per breve tempo gli pareva un sacrificio troppo grande. Conclusa la stagione 1929-30 con un buon terzo posto, alla Juventus arrivò Carlo Carcano.

La stagione 1930-31 fu tra le più positive in assoluto per Caligaris. Confermato come inamovibile pedina dello schieramento juventino, giocò un campionato ad altissimi livelli, sempre presente (34 partite giocate in Serie A, 3 in Coppa dell'Europa Centrale), e soprattutto vinse il suo primo scudetto. Una gioia infinita per chi, come lui, giocava per la gloria sportiva. L'intesa con Combi e Rosetta era ormai cementata, la sua fama era all'apice, e giungevano riconoscimenti anche fuori dal campo sportivo: il 28 ottobre 1930, infatti, fu insignito del titolo di Cavaliere della Corona d'Italia. Inizialmente incredulo, Caligaris fu ben presto sopraffatto dalla felicità di aver ricevuto il meritato premio, un encomio dovuto che il mondo del calcio italiano tributò a uno dei suoi più fulgidi simboli. Il campionato 1931-32 fu più difficoltoso per Caligaris. Solo 12 partite, infatti, e una stagione gravata da un serio infortunio subìto il 18 ottobre 1931 a Roma contro i giallo-rossi: un duro scontro con De Micheli alla mezz'ora di gioco costrinse il difensore juventino a ritirarsi dal campo, impossibilitato a proseguire la contesa. Non rientrerà per quasi 6 mesi, tornando in campo il 17 aprile 1932 a Torino contro la Triestina. Pur con sole 12 presenze, Berto contribuì al secondo scudetto consecutivo della forte compagine torinese. Il successivo torneo 1932-33 lo vide tornare protagonista a tutti gli effetti, con 32 partite su 34, e un altro scudetto vinto da prim'attore. Dopo una lunga assenza dalla Nazionale durata quasi 2 anni (dal 20 maggio 1931 al 2 aprile 1933), Caligaris vestì nuovamente la maglia azzurra, prendendo così parte alla sua terza edizione della Coppa Internazionale, la competizione per squadre nazionali che vedeva duellare le migliori rappresentative europee per il primato continentale.

Caligaris in maglia azzurra
Il campionato 1933-34 era la porta al Campionato del Mondo, atteso con speranza da Caligaris che aveva un incondizionato amore per i colori patrî, e desiderava difenderli nella più importante manifestazione calcistica mondiale, che per di più doveva tenersi proprio in Italia. Il terzino casalese mise tutto il suo impegno, pur iniziando a sentire il peso degli anni che erano quasi 33 (a quell'epoca, un'età ragguardevole per un calciatore). 33 furono anche le presenze in quell'edizione della Serie A, conclusa con un'altra vittoria, la quarta consecutiva di un'epoca d'oro per la Juventus. Caligaris fu convocato per la Coppa del Mondo, ma non giocò alcun incontro. Il commissario tecnico Pozzo gli preferì Allemandi, che affiancò a volte Rosetta e a volte Monzeglio nella linea difensiva dell'Italia. Alla fine fu apoteosi, e vittoria italiana: sicuramente Berto avrebbe preferito viverla in campo, combattendo ogni battaglia centimetro su centimetro; ma ciò non sminuisce certo l'eccezionale carriera di Caligaris in Nazionale, di cui fu 16 volte capitano incarnando l'indomito spirito dei calciatori italiani. Altro rimpianto del casalese il non aver raggiunto la cifra tonda di 60 partite in azzurro: ma Pozzo volle mantenere sempre il suo principio di non cedere mai a favoritismi o simpatie nella selezione dei giocatori. L'ultima partita di Caligaris in Nazionale fu quella con l'Austria giocata l'11 febbraio 1934: la sua carriera internazionale quindi finì come era cominciata, con una gara contro gli austriaci.

Nel 1934-35 l'avanzata età di Caliga lo pose ai margini della rosa juventina, con alle sue spalle Alfredo Foni destinato a prenderne il posto. Furono le ultime 11 partite in Serie A con la livrea bianco-nera, e il quinto scudetto fu il coronamento ideale di una carriera ai massimi livelli, caratterizzata da entusiasmanti vittorie. 178 presenze in A e 5 scudetti vinti ne fanno un indiscusso simbolo della storia juventina, tra i più rappresentativi del cosiddetto "Quinquennio d'oro". Caligaris sentiva nascere in sé il desiderio di vestire i panni dell'allenatore, ma non intendeva ancora rinunciare al campo. Gli offrì questa possibilità il Brescia, che lo ingaggiò nel doppio incarico di giocatore e allenatore. La naturale passione e lo spirito indomito del casalese inizialmente facevano ben sperare i sostenitori della compagine lombarda; e tuttavia, la prima annata (1935-36) fu negativa. Nonostante il buon inizio con la vittoria per 1-0 sull'Ambrosiana, le "rondinelle" non riuscirono a superare le numerose difficoltà presentate da un campionato assai selezionato (solo 16 squadre) e con valori al di sopra delle possibilità bianco-azzurre. Caligaris giocò quasi sempre titolare, affiancandosi Tamietti come terzino destro; e tuttavia, tutto l'impegno di giocatori e tecnico non fu sufficiente, e il Brescia chiuse all'ultimo posto in campionato, retrocedendo in Serie B.

Alle difficoltà sui campi di gioco seguì un periodo assai negativo per la sua vita, costantemente messa in pericolo da svariate malattie che non solo gli impedirono di allenare e giocare a calcio, ma lo costrinsero anche a più di un intervento chirurgico, uno dei quali lo lasciò con due costole in meno, asportategli per necessità mediche. Iniziata la stagione 1936-37 ancora a Brescia, giocò 13 partite prima di ammalarsi di setticemia, vedendosi costretto a farsi ricoverare in ospedale preda di forti attacchi febbrili nel marzo 1937. L'ultima gara l'aveva disputata il 14 febbraio a Livorno. Nel giugno 1937, reduce dalla malattia che, come detto, aveva richiesto tutte le sue forze per essere sconfitta, lasciò il Brescia, dovendosi ritirare per una lunga convalescenza necessaria a recuperare le forze. Trovandosi perciò impossibilitato a proseguire l'incarico di allenatore del Brescia, dovette prendersi una pausa – impresa sicuramente durissima per uno come lui, abituato all'incessante e fervente attività.

Una delle ultime immagini
di Caligaris
Riuscì a riprendersi e a tornare al lavoro, stavolta a Lucca sulla panchina della Libertas. Subentrò difatti a Erbstein alla 18ª giornata, riuscendo a salvare i rosso-neri dalla retrocessione in Serie B. L'anno seguente si trasferì a Modena, formazione neopromossa dalla B in cerca della salvezza. Caligaris riuscì nell'impresa, ottenendo il 13º posto in classifica nella stagione 1938-39. I discreti risultati sembravano preludere a una carriera in ascesa per Berto, che nel 1939 fu chiamato ad allenare la squadra che lo aveva visto trionfatore sui campi di gioco. Alla Juventus ritrovò, curiosamente, Carlo Buscaglia che nel 1927-28 era stato suo compagno al Casale, ed era stato anch'egli uno dei giocatori "emigrati" dal Monferrato verso altre squadre di maggiore levatura. Alla guida dei bianco-neri Caligaris seppe ben motivare i suoi giocatori, tutti di primissimo piano, e riuscì a ottenere un terzo posto che, considerata la relativa poca esperienza ad alti livelli come allenatore, era un ottimo risultato, tanto che la dirigenza decise di riconfermarlo anche per la stagione 1940-41.

Veniamo ora alla fine della storia terrena di Caligaris; ed è una fine che è perfettamente coerente con tutta la vita del calciatore e dell'uomo Umberto Caligaris: nel suo caso, le due figure coincidono perfettamente. Il 19 ottobre del 1940 venne organizzata una partita tra alcune vecchie glorie juventine e la squadra del Taurinia. La partita era puramente amichevole, una gara a scopo dimostrativo che intendeva riportare sul campo da gioco alcuni simboli della passata gloria bianco-nera. Dopo un lauto banchetto celebrativo, iniziò la contesa. Per l'ultima volta Combi, Rosetta, Caligaris. Dopo soli dieci minuti, Caligaris richiamò l'attenzione di Combi, dicendogli di sentirsi male. Uscito dal campo, si sentì mancare e dovette essere soccorso e trasportato d'urgenza all'ospedale militare, il più vicino. Inizialmente sveglio, Caligaris presto divenne incosciente e si ricorse, come ultimo tentativo di salvataggio, a un'iniezione d'adrenalina. Fu però vana: in presenza della moglie e della figlia, Caligaris morì per aneurisma alle 17:58 del 19 ottobre 1940. La salma fu portata nella casa di via Romolo Gessi, 6. I funerali, che videro vasta e accorata partecipazione, si svolsero tra Torino e Casale Monferrato il 21 ottobre. La perdita di Caligaris causò commozione e dolore in tutto il mondo del calcio, e la famiglia ricevette numerose manifestazioni di vicinanza e cordoglio da ogni parte. Ovunque fosse passato, Caligaris aveva lasciato di sé un ricordo di uomo integro, animato da una passione inestinguibile che aveva riempito ogni giorno della sua vita. La sua storia fornì da esempio per molti giovani che si avvicinavano al calcio; e ancor oggi raccontarla mette in contatto con la vera essenza dello sport, che non è mai solo movimento meccanico ma forza morale, spirito, cuore e ardimento.

Il 25 settembre 1971 Giacinto Facchetti raggiunse la 60ª presenza in maglia azzurra e superò Caligaris. Il destino volle che a farlo fosse un altro terzino sinistro indimenticabile, come a voler continuare una storia iniziata molti anni prima, e destinata a non finire mai.

Mi pare ideale, per concludere questa breve biografia di un campione assoluto come Caligaris, questa frase riportata da La Stampa nel 1930, in occasione della sua nomina a Cavaliere:

«Caligaris non ha bisogno di veder citate oggi le sue imprese più belle, poiché sempre unendo tecnica e cuore, combattività e ardore, brillò in campo come un dominatore, come un uomo dal quale i giovani potevano apprendere molto».

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Per la stesura della presente biografia sono stati consultati i seguenti testi:

Libri:
Autori vari, Enciclopedia dello sport – Calcio, 2002.
Marco Aimo, Firmamento nerostellato. I primi 90 anni del Casale Calcio, 1998.
Marco Aimo, Neri... neri... quel grido che mette i brividi dentro, 2000.
Gino Bacci, Storia del calcio italiano, 2006.
Vladimiro Caminiti, Juventus Juventus. Dizionario storico romantico dei bianconeri, 1977.
Giancarlo Ramezzana e Roberto Cassani, Un secolo nerostellato: 1909-2009, 2009.

Quotidiani e periodici:
Il Littoriale;
La Stampa.

15 dicembre 2016

La Divisione Nazionale serie B nel rinnovato quadro del campionato italiano



Articolo pubblicato su La Gazzetta dello Sport nell'ottobre 1929, pochi giorni prima dell'inizio del primo campionato di Serie B (1929-30).

Di: Erberto Levi*

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Si combatterà, negli alti ranghi del campionato, su di un solo fronte. Diciotto «vedette», diciotto «aggregati» raggruppati in due categorie, daranno quest’anno la scalata, per otto lunghi mesi, ad un unico posto, il primo, quello che deciderà definitivamente del titolo.
Siamo alla formula fondamentale che si attendeva da tempo: che, applicata in Inghilterra, culla dell’Association, consente un ritmo più spedito alla contesa, una selezione più limpida e più netta, una più chiara e precisa gradazione dei valori.
La necessità di questo cambiamento radicale era sentita: si sente e si spera ora di essere sulla strada migliore per mantenere fresco e vitale questo nostro sport che si è affermato conquistandosi un posto invidiabile nell’Europa e nel mondo e che chiede oggi appunto una possibilità di maggiore e più tranquillo respiro per non logorarsi e perdere estro e colore.
L’avveduto provvedimento delle Gerarchie porta dunque oggi il calcio italiano ad una svolta decisa che potrà sboccare nella direzione esatta verso il suo definitivo risanamento. Per questo anno siamo ancora nel fervore della sistemazione. Il numero ed i meriti delle compagini sulla breccia, a campionato 1928-29 ultimato, hanno portato come conseguenza la formazione attuale del girone unico comprendente ben diciotto titolari, numero che comporta necessariamente 34 domeniche effettive di campionato.
Ma, a prescindere da ogni questione circa la lunghezza della nostra imminente competizione nazionale (sul tema si è già molto a lungo parlato e non ci vogliamo quindi ripetere qui) un altro aspetto interessantissimo presenta, a nostro avviso, il torneo che prenderà il «via» domenica prossima.
Diciotto squadre: numero grande, senza dubbio, volendo tener in considerazione, per un buon svolgimento della gara, il fattore «equilibro di forze in campo». La divisione nazionale A sarà forse infatti ancora costretta, per quest’anno, a regalare alle folle avide di bella battaglia, parecchie e parecchie partite in cui un colosso avrà carta facile contro una compagine di media levatura. È inevitabile, dato che non possediamo in Italia un numero così considerevole di squadroni attrezzati a prova di ferro e capaci di lottare fra loro sulla stessa linea e con le stesse possibilità.

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Per trovare una bilancia più stabile, dobbiamo dunque scendere un pochino più in giù, in casa degli aspiranti di Serie B. Se nei ranghi della nazionale A ci sono i giganti già preparati fin dalla vigilia a fare, presto o tardi, il boccone più grosso, nel gradino sottostante mancano assolutamente i dati matematici ed indistruttibili per divider la schiera in vari scaglioni di diverso valore tecnico e diverso rendimento.
Entriamo, senza eccezioni, nella provincia, tra le società che tentano la formazione della squadra cogli elementi locali, allevando i giovani e tendendo per quanto è possibile ad alimentare le file di fresche e volonterose energie piuttosto che ricorrere al troppo dispendioso metodo delle importazioni.
Con la forza assorbente sempre maggiore dei grandi clubs e la conseguente emigrazione continua dei giocatori, dal seno delle società meno rinomate, convergenti verso la grande città, il fenomeno accennato va accentuandosi ed acquistando un suo tono sempre più caratteristico, nei centri minori, tra le squadre assegnate alle categorie sottoposte, e questo a cominciare dalla Nazionale B, e giù giù, in proporzioni naturalmente sempre maggiori, fino alle varie divisioni inferiori.
Ne viene una conseguenza naturale: dagli inevitabili squilibri della massima categoria (conseguenza appunto della diversa possibilità importatrice delle squadre concorrenti) si passa, scendendo di un piano, ad un gruppo di squadre che, per adottare tutte, o quasi, un sistema uguale, nella composizione delle proprie rappresentative, permettono di avere uno stile ed un metodo simile di gioco e di offrire quindi una serie di gare coi caratteri del massimo ardore, della massima combattività, di un sensibilissimo equilibrio.

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La Divisione Nazionale B parte quest’anno con queste premesse.
Gli attori? Il nucleo di retroguardia dei due gironi massimi dell’anno passato, più le promosse della prima divisione.
Basta ripensare al comportamento di queste compagini durante la passata stagione, per rendersi conto, con facile intuizione, dell’interesse tutto particolare che vorrà senza dubbio fornire questo prossimo torneo.
I nomi non dovrebbero aver bisogno di illustrazioni: Novara, Casale, Legnano, attori di cento battaglie ardentissime nei maggiori campionati di pochi anni addietro, si ritroveranno sul terreno a ranghi completamente rinnovati, con un nucleo di ragazzi di null’altro desiderosi che di saper emulare i famosi predecessori e con qualche uomo ancora della vecchia guardia, alfiere generoso e tenace, capace di coordinare le fila sguscianti e di guidare il manipolo. C’è da giurare che il torneo avrà in queste tre squadre, vivacissimi, gagliardi animatori. Se le compagini contano ora soltanto delle reclute generose, il nome è tuttora fulgido e risonante: ed il nome è la bandiera da difendere, è la guida, è la forza.
Sulla stessa linea devono esser messi il Verona e la Reggiana, sulla stessa linea la Dominante, giovane nel suo nuovo stemma, ma derivazione di due squadre anziane e provate che le hanno trasfusa la loro volontà ed il loro orgoglio. Rinnovata e forte la squadre ligure ha tutti i numeri per figurare da gran signora nell’imminente, nuova contesa. D’altra parte l’undici si presenta quest’anno con tutti i suoi elementi dell’anno passato ed, in più, con qualche prezioso acquisto. Un tutto organico e promettentissimo. C’è chi parla dei neri come di probabili vessilliferi del gruppo!
Fiumana, Venezia, Biellese, Prato, Bari, Pistoiese formano la schiera più giovane, degli arrivati da poco. Ma quanta volontà, quanto fresco entusiasmo!
Salite su ai fastigi maggiori, di fronte ad avversari anziani, provati ai più difficili incontri, queste giovani elette non hanno piegato la testa. Le abbiamo vedute, l’anno passato, inferiori in linea tecnica, ma inesauribili di coraggio, di volontà, di abnegazione. La Fiumana che prima degli infortuni del girone di ritorno si permetteva il lusso di fermare una Pro Vercelli, una Cremonese, un Genova; il Prato, capace di battere nettamente un’Alessandria e di pareggiare con la Roma; il Venezia, che riusciva addirittura a pareggiare con i bianco-neri iuventini; la Biellese, giunta sulla soglia dell’ottavo posto, dopo un comportamento coraggiosissimo e veramente significativo, e via tutte le altre squadre che tutte sè stesse hanno dato per compensare con la generosità nella lotta la inevitabile inferiorità di stile.
Oggi, tuttora con un pugno di giovanissimi desiderosi di ben figurare, questi undici vorranno combattere il nuovo campionato, in una compagine più adeguata alle loro forze, ed in grado quindi di poter meglio figurare. Chi può dire quante sorprese dovranno scaturire, durante il corso del campionato, per opera di queste squadre gagliarde e sbarazzine?
Ed ecco gli ultimi venuti: Spezia, Parma, Monfalcone, Lecce: i vincitori dei rispettivi gironi di prima divisione, nel torneo 28-29. Gironi infernali, in cui non c’era squadra che cedesse terreno, non squadra rassegnata mai alla sconfitta; in cui la rivalità dava nuova esca all’ardore ed al brio indiavolato; dove ogni settimana si registravano regolarmente risultati e risultati da far strabiliare. L’aver saputo arrivare, attraverso a tutte le peripezie ed a tutti gli inciampi al primato, costituisce per le neo-elette titolo che vale più di ogni panegirico. Le gloriose promosse, entrano nella nuova categoria con i segni di un’esperienza maturata attraverso a cento partite infuocate nei ranghi inferiori. Cuore e fiato non devono mancare di certo: s’offre loro la occasione d’affinare il sistema e di temprare le forze nella nuova difficile prova che le attende.

***

Queste le «diciotto» della serie B che inizieranno domenica il cammino: diciotto squadre che chiedono la vittoria alla scapigliata energia, all’azione sbrigliata e veloce, alla resistenza ferrea che i giovani promettono. Ponderare le possibilità, soppesare i presumibili valori, dire una parola che potesse avere una parvenza di previsione, anche la più generica, sarebbe volersi buttare a capo fitto nel buio.
Le «diciotto» aspiranti partono su uno stesso piano, su una stessa linea: non ci sono favoriti. Questo, a nostro avviso, costituisce l’interesse precipuo del torneo.
Si può esser certi che tutti hanno sete ardente di arrivare, di ben figurare; ci sono dei ragazzi che vorranno buttar l’animo nella gara ardente per i colori del club. Nessuno si erge gigante, nessuno ha da farsi pigmeo.
Da pari a pari; alla battaglia non mancherà colore, non mancherà bellezza.

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* Tra i migliori giornalisti sportivi italiani della sua epoca, scrisse per la Gazzetta dello Sport, La Domenica Sportiva, Calcio Illustrato, Il Littoriale ed è autore di una biografia su Virginio Rosetta (Viri, 1935).

9 settembre 2016

I portieri goleador della Serie B

Un portiere che segna un gol è certo evento di eccezionale rarità. Benché la storia del calcio abbia visto diversi estremi difensori cimentarsi nell'arte del gol, e alcuni eletti della schiera ne abbiano fatto consuetudine (è il caso di portieri abili rigoristi e raffinati tiratori di calci di punizione), non si può certo dire che segnare rientri nei compiti del portiere, che per sua natura è chiamato a difendere la propria porta, piuttosto che a violare quella degli avversari.

Nella storia della Serie B, solo 5 portieri sono riusciti a segnare almeno un gol. 3 di loro ci sono riusciti più di una volta (ma mai nessuno in più di una stagione), tutti su rigore fuorché uno, il primo di tutti, Vittore Martini. Curiosamente, di questi 5 portieri ben 3 vengono dalla Lombardia; gli altri due sono uno umbro e l'altro straniero (argentino). Vediamoli tutti, uno per uno, ciascuno con la propria storia. Per ognuno indico la data dei gol, il minuto, la modalità e il portiere avversario battuto.

MARTINI Vittore - Savona 1940-41 - 2
(Milano*, 22.04.1912 - Milano, 17.01.1993)

Il primo gol di un portiere in Serie B non poteva che essere fuori dall'ordinario, un gol davvero incredibile. Le cronache dell'epoca lo riportano come un fatto assolutamente unico, inedito sui campi delle categorie di alto livello. A testimonianza vivissima di un avvenimento tanto insolito, l'articolo di giornale pubblicato da Il Telegrafo il 23 dicembre 1940. Così scrive Mario Guarducci nel paragrafo "Storia di una rete eccezionale":

«Su una discesa senese il portiere del Savona intercetta il pallone e lo rinvia. La sfera, sospinta dal vento, oltrepassa i due terzi del campo, balza in terra inseguita da un giocatore ligure, Ferrara, affiancato dai terzini toscani. Il balzo è lungo e si capisce subito che, prima dei tre, arriverà sulla palla Erbinovi che gli si è fatto precipitosamente incontro. Infatti ecco che il pallone giunge al portiere senese, ma, inspiegabilmente, sfugge al tentativo di presa, gli passa tra le gambe e compie indisturbato gli ultimi dieci metri che ancora mancano per oltrepassare la linea fatale, che varca, lemme lemme, tra la stupefazione di tutti i giuocatori e la incontenibile ilarità del pubblico. Poiché non si può parlare di autorete di Erbinovi, in quanto, altrimenti tutte le volte che i portieri non riescono a fermare la palla, il punto segnato non potrebbe mai essere attribuito all'avversario che glie l'ha lanciata contro, è evidente che il marcatore di questa fantomatica rete deve essere individuato in Martini, guardiano della porta savonese.»

Da porta a porta, quindi! Un gol doppiamente storico, dapprima perché segnato da un portiere, e poi perché segnato da un confine all'altro del campo di gioco. Sicuramente una data memorabile per il campionato di Serie B.
Martini segnò anche un'altra rete in quel torneo, all'ultima giornata contro l'Alessandria, superando il collega Roggero. In carriera non fu autore di nessun altro gol (stando alle informazioni attualmente reperibili).

I GOL

22.12.1940, 11ª: Savona-Siena 2-0 (89') - Erbinovi
01.06.1941, 34ª: Alessandria-Savona 2-2 (82' rig.) - Roggero

BANDINI Giampiero - Triestina 1957-58 - 2
(Terni, 19.01.1935 - Monfalcone, 23.02.2008)

Passano ben 17 anni dai gol di Martini prima che qualche portiere riesca a imitarne le gesta. Giampiero Bandini, nativo di Terni e con alle spalle diverse stagioni in squadre del centro Italia, era arrivato alla Triestina nella stagione 1956-57. Nel 1957 segnò per 2 volte, e possiede altrettanti primati: quello di unico portiere a segnare in una giornata inaugurale di una stagione (mentre tutti gli altri realizzano le proprie reti a metà o fine campionato), e quello di essere stato l'unico marcatore di una partita (Triestina-Marzotto Valdagno 1-0, decisa dal suo rigore). Dopo 4 anni a Trieste tornò nel centro Italia per chiudere la carriera professionistica, ma più avanti si stabilì a Monfalcone, dove la sua vita si concluse nel 2008.

I GOL

15.09.1957, 1ª: Palermo-Triestina 3-2 (80' rig.) - Angelini
13.10.1957, 5ª: Triestina-Marzotto Valdagno 1-0 (72' rig.) - Anzolin

RIGAMONTI Antonio - Como 1973-74 - 3
(Carate Brianza, 05.04.1949)

Uno dei pochi portieri-goleador del calcio italiano: a differenza degli altri si abituerà a duellare con i colleghi dal dischetto. La sua carriera di realizzatore si aprì proprio in Serie B. Rigamonti è il primatista assoluto di gol segnati da portieri in B: 3, tutti nel girone di ritorno del campionato 1973-74. L'estremo difensore brianzolo si affermò proprio durante il suo periodo al Como, arrivando a vestire la maglia del Milan (come Martini, tra l'altro).

I GOL
10.03.1974, 24ª: Novara-Como 2-2 (36' rig.) - Pinotti
14.04.1974, 29ª: Como-Parma 2-0 (16' rig.) - Bertoni
02.06.1974, 36ª: Como-Perugia 3-2 (42' rig.) - Mattolini

BRIVIO Pierluigi - Venezia 2000-01 - 1
(Milano, 21.05.1969)

Un considerevole salto in avanti nel tempo ci porta da Rigamonti a Brivio. Il numero 1 milanese segnò su rigore all'ultima giornata il gol del provvisorio pareggio per 1-1 contro l'Empoli (la partita si chiuse poi sul 2-2). Quello di Brivio è il classico caso in cui al portiere, a campionato già praticamente finito, viene concessa la libertà di vestire i panni del realizzatore.

IL GOL

10.06.2001, 38ª: Venezia-Empoli 2-2 (20' rig.) - Bini

CEJAS Christian** Sebastián - Ascoli 2002-03 - 1
(Gualeguay (ARG), 21.04.1975)

Solo due stagioni separano Brivio e Cejas, l'ultimo della lista. L'argentino aveva già segnato diversi rigori in patria, con la maglia del Newell's Old Boys, e durante Ascoli-Catania si prese la non indifferente responsabilità di tirare il calcio di rigore che deciderà il risultato di 2-1 a favore della sua squadra.

IL GOL

05.04.2003, 29ª: Ascoli-Catania 2-1 (64' rig.) - Castellazzi

LA CLASSIFICA

1. RIGAMONTI    3
2. BANDINI    2
2. MARTINI    2
4. BRIVIO    1
5. CEJAS    1

APPENDICE

Ovviamente, come sempre nel corso della storia di Serie B, non mancano i casi particolari. Negli anni pioneristici il confine tra i ruoli era piuttosto labile; man mano che il movimento calcistico italiano progrediva, i giocatori si specializzavano sempre di più, ma negli anni '30 erano ancora possibili alcune eccezioni. Mario Losi della Dominante 1929-30 e Remo Cossio dell'Udinese 1931-32 giocarono sia come portieri che come attaccanti. Losi giocò 3 partite da portiere e 8 da giocatore di movimento, mentre Cossio difese i pali 3 volte e le restanti 6 partite che giocò le passò a correre in campo. Nessuno dei due segnò dei gol in quella stagione, mancando di poco un appuntamento con la storia delle innumerevoli curiosità della Serie B. A segnare invece, e molto, fu Natale Dossena, che nella stagione 1930-31 fu tra i protagonisti della Cremonese in attacco, e vestì anche la divisa del portiere, benché in una sola occasione. Per l'improvvisa influenza che colpì il titolare Desti, Dossena fu chiamato tra i pali il 5 ottobre 1930 a Monfalcone contro la squadra di casa: nonostante la buona volontà, citano le cronache dell'epoca, non poté evitare di subire 2 gol che segnarono la sconfitta della sua squadra.

NOTE

*Nonostante alcune fonti riportino come luogo di nascita Mazzo Milanese, attuale frazione di Rho, sia le Agendine Barlassina che l'Agenzia delle Entrate riportano il luogo di nascita Milano, confermato dalla verifica del codice fiscale.
**Da verifiche presso i database anagrafici argentini, il nome risulta scritto Christian e non Cristian. Confermato dalla verifica dei dati con l'Agenzia delle Entrate.

8 luglio 2016

Storia della Serie B

Capitolo IV: i movimentati anni '60

Una formazione del Torino 1959-60
Nella stagione 1959-60 venne introdotta una novità: le promozioni in A e le retrocessioni in C aumentarono da 2 a 3. Questo significava maggiori opportunità per le squadre che aspiravano a salire di categoria, ma ovviamente implicavano anche più rischi per quelle compagini che lottavano per rimanere in Serie B. Il campionato 1959-60 vide anche l'esordio in B di una squadra dalla storia prestigiosa, protagonista dei campionati di massima serie fin dalla sua fondazione, un club che vantava nel suo palmarès ben 6 scudetti: il Torino. I granata erano i principali favoriti per la vittoria finale, insieme al Lecco già protagonista della precedente stagione. Furono effettivamente queste due le contendenti al primo posto, che alla fine andò a un Torino in grado di mantenere un rendimento costante, pur con troppi pareggi (ben 19; solo 3, però, le sconfitte). I 21 gol del capocannoniere Virgili furono di fondamentale importanza per il Toro, che poté fare affidamento sul suo attaccante di punta e su un portiere, Soldan, in grado di subire solo 17 reti in 32 partite giocate. Il Lecco riuscì comunque a chiudere al secondo posto, grazie al compatto contributo dei suoi attaccanti Savioni (10), Bonacchi (9), Gilardoni (9) e Nyers (8). Catania e Triestina ingaggiarono una lotta a 2 che a fine torneo premiò i siciliani, che giunsero al 3º posto per un solo punto di distacco. Assai deludente il Cagliari, che pure aveva ben figurato nel campionato 1958-59, che retrocesse in C all'ultimo posto. Penultimo fu un Modena già a rischio l'anno prima, mentre per l'ultima retrocessione si resero necessari degli spareggi che coinvolsero le 3 squadre giunte a 33 punti: Simmenthal Monza, Venezia e Taranto. In una settimana (12-19 giugno) si giocarono le 3 partite: il Simmenthal Monza poté salvarsi grazie alla vittoria sul Venezia, che a sua volta superò il Taranto. I pugliesi dovevano vincere l'ultima gara con il Monza per poter salvarsi, ma lo 0-0 li condannò alla Serie C.

Nel 1960-61 si presentavano come favorite Triestina, Mantova e Reggiana, nonché le neoretrocesse Palermo e Alessandria, squadre di notevole blasone che ambivano all'immediato ritorno nella prima categoria nazionale. Il Genoa, penalizzato di 7 punti per il "caso Cappello", non riuscì a rendersi pericoloso e si dovette rassegnare a un torneo di media classifica. Turbinoso il campionato del Palermo che cambiò allenatore in cerca di equilibrio, scegliendo sempre però di tornare a Fioravante Baldi dopo i brevi interregni di Morisco e Lodi. Diverse compagini scelsero, specialmente nella seconda metà del torneo, di affidarsi a dei direttori tecnici che affiancassero l'allenatore di ruolo alla guida della squadra: tra queste il Marzotto, che chiamò l'ungherese Senkey in ausilio di Fattori, e il Verona, che contattò la vecchia gloria Bruno Biagini, stella degli anni '30 dell'Hellas, per dare una mano a Bizzotto nella gestione di un delicato torneo che porterà i veneti a rischiare la Serie C. Assai sorprendente il rendimento del Venezia che vinse la Serie B pur avendo sfiorato la retrocessione nel torneo precedente, evitandola solo agli spareggi. Decisivo il rendimento di Gino Raffin, leader nei gol segnati, e l'affidabilità del reparto difensivo composto da Ardizzon, Carantini e Grossi. Costante la marcia dell'OZO Mantova, che forte di un ottimo gioco di squadra e della solidità della difesa, guidata dal sicuro portiere Negri (il meno battuto del campionato), si laureò campione d'inverno e andò a ottenere la promozione a campionato concluso. Il Palermo riuscì a tornare prontamente in A dopo una sola stagione, con Fantini e Morosi sugli scudi e la certezza del forte Anzolin tra i pali. Buona ancora la prestazione della Reggiana, mentre Messina e Simmenthal Monza mostrarono un notevole miglioramento rispetto alla precedente annata. In coda Triestina, Foggia Incedit e Marzotto Valdagno salutarono la Serie B. La Triestina cedette al Novara solo nello spareggio di Ferrara, battuta dai gol di Galimberti e Zanetti; il Foggia pagò la scarsa esperienza e dovette tornare in C; il Marzotto invece, reduce da alcuni discreti campionati, crollò e dovette dire definitivamente addio al torneo cadetto: la partecipazione del 1960-61 è infatti l'ultima per i bianco-celesti.

Fanello del Napoli durante il campionato 1961-62
Nel 1961-62 scese per la prima volta in B la Lazio, addirittura ultima nella Serie A 1960-61. Per la squadra capitolina si trattava di un'onta cui rimediare immediatamente, in nome della propria gloriosa storia e della tradizione in massima serie. La presenza di elementi di assoluto valore come Gratton, Seghedoni, Cei, Morrone e Longoni, per citarne solo alcuni, dovrebbe garantire agli "aquilotti" una subitanea risalita; eppure così non fu, e per 1 punto la parte bianco-celeste di Roma dovette rassegnarsi a restare tra i "cadetti". Il Genoa si prese invece una rivincita e, stavolta privo di penalità, vinse il campionato con netto vantaggio sugli inseguitori. I grifoni genovesi furono presi per mano dalla coppia Bean-Firmani (36 gol in due) e protetti dalle prodezze del portiere Da Pozzo, una sicurezza per la B. Il Napoli non solo risalì dalla B alla A nel giro di un campionato, ma fu anche la prima società a vincere la Coppa Italia pur disputando la Serie B (il Vado nel 1922 aveva vinto pur non essendo in massima serie, ma ancora la Serie B non era stata creata). La terza promossa di questo campionato in costante equilibrio fu il Modena di Malagoli, appena arrivata dalla C ma subito competitiva e tenace, con il forte Pagliari miglior realizzatore. La Pro Patria costante inseguitrice ripetè, nel bene e nel male, la prestazione dell'anno precedente, mentre il Verona spiccò un deciso salto in avanti, grazie alle sapienti cure di Biagini promosso ad allenatore a pieno titolo. Precipitò la Reggiana, incapace di ripetersi dopo le ultime buone annate, e anche il Prato dovette tornare in C. Il Novara fu invece retrocesso per illecito sportivo, salvando così il Cosenza che sul campo era finito al terzultimo posto. La decisione della Commissione Giudicante arrivò il 23 giugno 1962 e condannò i piemontesi per infrazione dell'articolo 4 del Regolamento di Giustizia: determinante la testimonianza di Angelo Buratti della Sambenedettese, che dichiarò di aver ascoltato per caso un tentativo di combine della partita del 22 aprile tra il Novara e la propria squadra.

Nel 1962-63 il campionato vide il ritorno del Lecco in seconda serie dopo l'esperienza in A, insieme ad altre due habituée della B, il Padova e l'Udinese. Dalla C arrivò il sorprendente Foggia di Oronzo Pugliese che prometteva assai bene per il gioco che metteva in mostra, ma la favorita rimaneva la Lazio che scalpitava per il ritorno in Serie A. Effettivamente i bianco-celesti furono tra i protagonisti del torneo, e a fine campionato ottennero l'agognata promozione; anche il Bari andò in A, a pari punti proprio con la Lazio, grazie allo stato di forma di Biagio Catalano, capace di segnare 17 gol in 31 presenze. A vincere fu però l'ottimo Messina, migliorata nettamente rispetto ai campionati disputati negli anni appena precedenti. Ad aprire la via della Serie A ai siciliani pensò la coppia d'attacco Calzolari (14)-G. Calloni (11), mentre il portiere Mario Rossi dimostrò ottima continuità. Ancora in crisi l'Alessandria, ormai da diverso tempo in una serie di campionati piuttosto anonimi, mentre il Foggia fece scoprire per la prima volta sui grandi palcoscenici un Cosimo Nocera che con i suoi 24 gol divenne capocannoniere, facendo già intravedere le doti che lo porteranno a diventare un vero e proprio simbolo della squadra. In zona retrocessione la Lucchese, già pericolante nel campionato 1961-62, chiuse la classifica con soli 21 punti e un poco invidiabile primato di 24 sconfitte; la Sambenedettese, dopo alcuni campionati di discreto livello, dovette cedere la presa e finì al penultimo posto. Il Como, anch'esso tra i club a rischio del precedente torneo, giunse terzultimo e dovette far ritorno in Serie C.

Foggia-Brescia 1-1: un'azione di Nocera
(1963-64)
Il torneo 1963-64 tornarono in B due "giganti" del Meridione quali Napoli e Palermo; spuntò invece dalla C il debuttante Potenza, prima squadra della Basilicata a raggiungere il secondo livello del calcio italiano: i rosso-blu lucani allargarono così la poco nutrita rappresentanza del Sud in serie cadetta. Dalla terza divisione comparve anche il Varese, che faceva il proprio ritorno dopo l'anomalo campionato 1947-48. I bianco-rossi, con una rosa composta da un "blocco settentrionale" (il solo Ivo Vetrano proveniva dal Sud, mentre i suoi compagni erano tutti nati nel centro-nord), furono la vera sorpresa della competizione, giungendo addirittura primi, superando compagini assai più quotate. Fondamentali gli apporti del forte portiere Lonardi, il meno battuto tra i titolari della B, del prolifico Vincenzo Traspedini (13 marcature) e di Spelta e Pasquina, entrambi a quota 9. Al secondo e terzo posto, altre due squadre che mai avevano visto la Serie A nella propria storia: Cagliari e Foggia. I sardi vantavano una grande tradizione tra i cadetti, ma nessuna promozione: trascinatori Greatti (12) e Riva (8), con quest'ultimo in rapida ascesa verso una carriera che gli porterà gloria e successi. Il Foggia di Pugliese superò il rendimento dell'ottimo campionato precedente, contando su un solido nucleo di titolari fissi con alcune riserve di spessore, e su un Cosimo Nocera ancora in grande vena realizzativa (15 reti). Retrocessero Prato, Udinese e Cosenza: per i toscani fu l'ultima volta in B, dopo un rapporto tempestoso con la categoria (esperienze brevi e poco positive), mentre i friulani si resero protagonisti di una doppia caduta che in due stagioni li portò dalla A alla C. I cosentini invece, che già avevano dato avvisaglie preoccupanti nella B 1962-63, mancarono in attacco e non seppero mantenere continuità di rendimento. Dalla stagione 1963-64 emerse anche un dato statistico rilevante: tutte le squadre segnarono meno rispetto ai campionati precedenti, iniziando una tendenza che continuerà negli anni a seguire. Nel campionato 1962-63, infatti, i gol segnati in totale furono 833, in media 42 per squadra; nel 1963-64 furono solo 708, ben 125 in meno rispetto all'annata precedente, per una media di 35 per squadra. Da lì fino alla fine degli anni '60 non verrà più superata la quota delle 800 reti stagionali.

Il campionato 1964-65 vide il ritorno della SPAL in serie cadetta dopo ben 13 stagioni in Serie A. I ferraresi infatti avevano guadagnato la promozione vincendo il torneo nel 1950-51, e tra alterne fortune erano riusciti a mantenere la categoria, giungendo addirittura quinti nel 1959-60. Anche Bari e Modena dovettero rinunciare alla A, dopo poche annate trascorse tra i "grandi". Sorprendente l'esordio del Trani, che nel 1961-62 si trovava ancora in Serie D e dopo una rapida ascesa si era aggiudicato la vittoria del proprio girone in Serie C, riuscendo a centrare la promozione. Il Livorno rientrò tra i ranghi della B dopo un periodo nero in terza serie, categoria che andava decisamente stretta a una squadra abituata a competere tra le maggiori formazioni d'Italia. Durante il torneo emerse un inatteso Potenza, capace di dare battaglia nelle prime posizioni, trascinato dalla vena di Silvino Bercellino (18 gol) e dall'ambizione del giovane Roberto Boninsegna (9). Ottimo anche il Lecco che sfiorò la promozione. A vincere il campionato fu però il Brescia, che tornava in A dopo ben 18 stagioni consecutive in B. Le "rondinelle", sempre protagonisti nella storia della seconda serie (talvolta nel bene, talvolta nel male), ebbero come leader indiscusso Virginio Depaoli, capocannoniere stagionale con 20 gol. Un Napoli di grande solidità difensiva seppe cogliere il secondo posto: in evidenza il portiere Bandoni (21 gol subìti in 38 gare) e l'attaccante Cané (12 reti). La SPAL seppe gestire bene il torneo e chiuse al terzo posto, seppur con un solo punto di vantaggio sul Lecco tenace inseguitore, sapendo gestire al meglio le proprie risorse, utilizzando 26 elementi, con solo pochi "irrinunciabili" (Bagnoli, Burschini, Massei e il cannoniere Muzzio). Molto al di sotto delle aspettative il Bari, retrocesso in C e battuto a sorpresa anche dal Trani alla 31ª, con gol di Giacomo Cosmano; i pugliesi furono incapaci di risollevarsi nonostante il triplo cambio in panchina (prima Tabanelli, poi la coppia Capocasale-Fusco e infine Lamanna). Anche Triestina e Parma, a malincuore, salutarono la B con la speranza di risalire presto la china.

Il 1965-66 fu un campionato di svolta per il calcio italiano: per la prima volta nel regolamento furono introdotte le sostituzioni. Una decisiva innovazione che, seppur limitata ai soli portieri, rappresentò un grande passo in avanti e cambiò per sempre il volto del calcio della Penisola: comparvero infatti per la prima volta in panchina i "numeri 12", e cioè i portieri di riserva, che potevano entrare in sostituzione del titolare in caso di infortunio. Per quanto riguarda la Serie B, il primo portiere a entrare in campo dalla panchina fu Luciano Castellini del Monza, al 60º minuto di Palermo-Monza 4-0 (26.09.1965, 4ª giornata). Per approfondire l'argomento, rimando a questo articolo da me pubblicato. Dalla Serie A provenivano Genoa, Mantova e Messina. I rosso-blu genovesi, reduci da una breve esperienza in massima serie e tornati nuovamente loro malgrado in B, erano i favoriti per il pronto ritorno in A; il Mantova, che aveva inizialmente ben impressionato la massima categoria, era tornato in B come ultimo in classifica. Il Messina, dal suo canto, aveva assaporato i primi 2 campionati di A della sua storia, ed era intenzionato a tornare rapidamente ai massimi livelli del calcio nazionale. Esordiente in B invece la Reggina, che negli anni futuri diventerà una delle protagoniste di questa categoria. Il campionato, che si rivelò vivace, fu dominato dal Venezia di Segato, che poté festeggiare il ritorno in A già ben prima della fine del torneo; protagonisti gli attaccanti Mencacci (14 gol) e Salvemini (9), e il portiere Silvano Vincenzi che seppe dare sicurezza alla difesa. In grande forma il Lecco, con Sérgio Clerici sugli scudi (17 reti) e un collettivo solido e compatto. Il Mantova fu la terza promossa: un Dino Zoff in rapida ascesa seppe farsi notare per i pochi gol subìti (26 in 38 gare), mentre in attacco fu decisivo l'apporto di Beniamino Di Giacomo (14). Sorprendente la Reggina, che riuscì a dar battaglia nelle prime posizioni della classifica, con l'esperto portiere Piero Persico, prossimo a festeggiare i 20 anni di carriera vivendo una "seconda giovinezza" che lo portò a essere uno degli elementi chiave della rosa dei calabresi. Ultimo in classifica finì il Trani, alla sua seconda e ultima stagione in B, seguito dalle lombarde Pro Patria e Monza: quest'ultima salutò la B dopo 15 campionati consecutivi.

Novara-Sampdoria 0-2 (26.02.1967)
Nel calcio italiano si stavano susseguendo numerosi cambiamenti: dopo l'arrivo delle sostituzioni, giunse anche una riforma dei campionati che prefissò la riduzione della Serie A a 16 squadre per il campionato 1967-68. A tal fine anche la serie cadetta subì delle limitazioni, che ridussero il numero di posti disponibili per la promozione da 3 a 2, e aumentarono le retrocessioni (4). Doppio esordio in quest'annata, per ragioni diametralmente opposte. Da una parte la Sampdoria che aveva lasciato la Serie A per la prima volta dalla sua creazione (1946), e dall'altra l'Arezzo che invece, dopo anni di campionati di terza serie e battaglie in campo regionale, riusciva a entrare nel secondo torneo nazionale. I blu-cerchiati genovesi erano di fatto gli assoluti favoriti, data la qualità della sua rosa e del suo allenatore Fulvio Bernardini. Il Catania era un'altra delle principali pretendenti al titolo, così come Genoa e Varese. I lombardi iniziarono molto bene e si portarono presto in testa; di fatto, Sampdoria e Varese dominarono il torneo, staccando le inseguitrici Catania, Catanzaro e Reggiana, e vinsero con largo anticipo. La "Samp" utilizzò un numero assai ristretto di giocatori (solo 15), e poté contare sulla classe di Fulvio Francesconi, ala goleador (20 marcature e capocannoniere stagionale), su un centrocampo esperto ed efficace, e su un portiere affidabile come Battara. Dal canto suo il Varese, anch'esso con un numero ristretto di elementi utilizzati, mise in luce la coppia gol Leonardi-Renna (rispettivamente 11 e 10 reti) e una difesa capeggiata da Maroso e Sogliano. Nelle ultime posizioni crollò la Salernitana, peggior difesa del torneo e capace di mettere insieme 10 sconfitte consecutive nelle ultime partite; la seguirono un'Alessandria che non seppe mantenere la categoria dopo diverse stagioni quasi anonime e talvolta preoccupanti, l'Arezzo che accusò il salto di categoria, e un Savona che segnava molte reti, ma ne concedeva troppe: l'ultima, subìta da Ferrero a opera di Fara del Catania, causò roventi polemiche per l'errore del portiere.

Il campionato 1967-68 fu uno dei più anomali di tutta la storia della Serie B. Innanzitutto, per venire incontro al progetto di riforma della Serie A il torneo cadetto era stato allargato a 21 partecipanti: l'aggiunta della 21ª costrinse la Lega a inserire un turno di riposo, soluzione già adottata, nel dopoguerra, nei campionati 1946-47 (Girone B) e 1950-51. Il lungo campionato iniziò il 10 settembre 1967: oltre alle neoretrocesse dalla Serie A (Foggia, Lazio, Lecco e Venezia), tra le favorite vi erano Catania, Catanzaro e Reggiana, tra le migliori del torneo precedente. Tuttavia, effettuare previsioni su competizioni di così lunga durata risulta sempre difficile; e infatti, ad avere la meglio sulle avversarie furono Palermo, Verona e Pisa. I siciliani furono i vincitori assoluti, godendo dell'ottima collaborazione tra i propri attaccanti Bercellino (9), Nova (8) e Perrucconi (9), e con il portiere Giovanni Ferretti assoluto protagonista, con soli 18 gol subìti in 37 partite. Ottime anche le prestazioni di Benetti, Giubertoni, Lancini e Landoni. Il Verona esibì un Bui ancora in grande forma (13 gol), mentre il Pisa portò ben 3 giocatori in doppia cifra: Piaceri (14), Joan (13) e Manservisi (12).
Spareggi 1967-68: Lecco-Genoa 1-0
(14.07.1968)
Male le neopromosse e le favorite degli inizi, con solo Foggia e Reggiana a mantenere un buon rendimento: in particolar modo il Venezia mise in evidenza grandi difficoltà a reggere il ritmo di un torneo lungo e logorante, e chiuse al 18º posto. Se Novara e Potenza retrocessero direttamente (e i lucani con un certo anticipo, chiudendo con soli 23 punti), 5 furono le squadre classificate al 15º posto a pari merito, tutte a quota 36 punti. La Lega decise così di indire un girone di spareggio che determinasse le altre 2 retrocesse (un antesignano dei moderni play-out, seppur con formula diversa). La stagione 1967-68 però non si decideva proprio a terminare: gli spareggi fornirono un solo verdetto certo, e cioè la retrocessione del Messina che perse tutte le 4 gare. Le altre quattro compagini (Genoa, Venezia, Perugia e Lecco) finirono il girone tutte a pari merito (5 punti con 2 vittorie, 1 pareggio e 1 sconfitta ciascuna), e si rese necessario un altro turno di spareggio, con un altro girone da 4 squadre. Fu la volta buona: il Venezia cedette di schianto e perse tutte le partite, retrocedendo in Serie C. L'ultimo turno del girone fu giocato il 21 luglio 1968, 315 giorni (ovvero 10 mesi e 15 giorni) dopo il primo calcio d'inizio del campionato. Fu il secondo campionato più lungo della storia della Serie B, dopo la stagione 1952-53 (317 giorni, meramente dovuti al grande distacco tra la fine del campionato e lo spareggio conclusivo), e sicuramente il più impegnativo per i partecipanti.

Nel 1968-69 si ristabilì la quota originaria di 3 promozioni e 3 retrocessioni, facendo tornare la B a un assetto più regolare dopo due campionati di transizione. La faticosissima stagione precedente era terminata appena 2 mesi prima dell'inizio del torneo 1968-69, che fu aperto il 29 settembre 1968 Altra novità epocale a livello regolamentare: al "dodicesimo" si aggiunse anche il "tredicesimo", ovvero un giocatore di movimento che poteva fare il proprio ingresso in campo dalla panchina. A differenza di quanto avvenuto con l'introduzione del portiere di riserva, le squadre fecero immediatamente ricorso al "tredicesimo" fin dalla prima giornata. Il primo in assoluto fu Giorgio Fanti del Brescia, che sostituì il compagno Fumagalli al 14' della partita tra Reggina e Brescia. Tornate in seconda serie Brescia, Mantova e SPAL, in particolar modo le "rondinelle" lombarde parvero favorite a un pronto rientro tra i ranghi della Serie A; a cercare il ritorno ai massimi livelli era anche la Lazio, rimasta, dopo una poco esaltante stagione 1967-68, in un campionato percepito dai tifosi come inadeguato alla storia e al prestigio dei bianco-celesti. Ancora frustrate le ambizioni del Genoa, mentre la Reggiana si dimostrò nuovamente in grado di occupare le prime posizioni in classifica, confermandosi come una delle certezze degli ultimi campionati. A vincere fu proprio la Lazio, guidata dai grandi nomi della sua rosa (Fortunato, Ghio, Mazzola, Morrone, Soldo...) e dalla combinazione di una difesa robustissima e un attacco capace di andare a segno 55 volte; al secondo posto il Brescia, affidatosi ancora a Depaoli che vinse nuovamente la classifica marcatori (18 reti), all'ottimo contributo di Turchetto e Bosdaves, e all'esperienza e capacità del portiere Brotto (solo 16 i gol subìti in 26 gare). Terzo classificato il Bari, che tornava in B dopo essersi avvicinato alla vetta del precedente campionato. Male il Mantova, solo 11º, e malissimo la SPAL che retrocesse in C con soli 31 punti: inutile stavolta la grande quantità di elementi utilizzati, ben 27, a fronte di uno scarso gioco di squadra. Retrocessi anche Lecco e Padova, altre due compagini già in crisi di prestazioni dagli anni precedenti (il Lecco si era salvato solo negli interminabili spareggi). Il campionato 1968-69 segnò anche il minimo di gol segnati nel decennio: solo 641, in media 32 per squadra.

Gli anni '60 furono per la Serie B anni di fermento e innovazioni, segnati dall'avvento di regole che rappresentarono ulteriori passi verso un gioco del calcio sempre più moderno e simile a quello attuale. Il prossimo capitolo tratterà gli anni '70, un'altra epoca di cambiamenti per la Serie B.

5 luglio 2016

Il primo "numero 12" della Serie B

Dalla stagione 1965-66 viene introdotto il "dodicesimo uomo" nel calcio italiano. L'avvento della sostituzione fu una svolta epocale, un passo verso il calcio come lo conosciamo oggi. Quest'innovazione avvenne, quasi in via sperimentale, solo limitatamente al ruolo del portiere. In panchina comparve così il numero "12" che divenne poi un simbolo dei portieri di riserva, spesso relegati a ruoli estremamente marginali (le cosiddette "eterne riserve" di cui non mancano esempi e narrazioni anche nella letteratura a tema calcistico), ma sempre pronti a entrare e dan manforte alla propria squadra con abnegazione e senso del dovere. Una carriera fatta di rinunce e settimane, talvolta stagioni intere, trascorse da semplici spettatori.

Castellini nella stagione
1966-67
A scrivere la storia della Serie B in tal senso fu uno dei portieri che segnò profondamente gli anni '70 e '80 del calcio italiano, arrivando anche in Nazionale: Luciano Castellini. Fu infatti proprio lui il primo "12" a scendere in campo in Serie B, il 26 settembre 1965 durante Palermo-Monza (4ª giornata). La gara fu dominata dai rosa-nero, che erano in vantaggio per 1-0 grazie a un primo gol di Troja nel primo tempo (di testa su respinta del portiere). Nel secondo tempo Fogar segnò al 56' in mezza rovesciata. Ciceri, infortunatosi dopo uno scontro con Sergio Bettini e impossibilitato a proseguire, dovette uscire dal campo. Castellini entrò al 60' dalla panchina, rendendosi protagonista di una pagina storica (sebbene quasi del tutto dimenticata) del campionato cadetto. Castellini, al suo esordio assoluto non solo in B, ma anche con la maglia della prima squadra del Monza, fu subito chiamato a numerosi interventi, specialmente da Troja e Tinazzi, i due migliori in campo quel giorno, e dovette per due volte cedere: la prima a Tinazzi (tiro a fil di palo, partito quasi dalla linea di fondo) e la seconda a Troja (nuovamente di testa, su assist di Bon).

Il computo presenze e reti del Monza
pubblicato sull'Almanacco 1966
Castellini debuttò quindi subendo 2 reti: per altre 3 volte scese in campo nella sua prima stagione tra i professionisti, di cui 2 volte dalla panchina, e 1 volta da titolare (alla 31ª giornata a Novara), per un totale di 4 presenze e 4 gol subìti. Curiosamente, e forse proprio per la novità della regola, diverse testate (tra cui per esempio Il Calcio Illustrato) non menzionano affatto l'ingresso di Castellini, e numerose fonti tralasciano le presenze ottenute da Castellini entrando come sostituto (e infatti gliene attribuiscono una soltanto, anziché 4): solo l'Almanacco gliene dà credito, menzionando esplicitamente tre sostituzioni... ma citandolo come "Cappellini", storpiandone il nome. La medesima sorte toccò ad altri portieri entrati come sostituti, tra cui alcuni letteralmente spariti: è il caso di Cozzoli del Trani, giovane portiere di riserva entrato al posto del titolare Biggi in Trani-Reggina 2-2 del 1º maggio 1966, e completamente omesso da svariati conteggi di riepilogo stagionale di presenze e reti, perché appunto utilizzato in quell'unica occasione, da subentrato.

Le vicende dei portieri di riserva, spesso inosservati e misconosciuti, sono forse tra le più curiose e affascinanti nel mondo del calcio: questo articolo, partendo da un caso particolare, ha voluto omaggiarle tutte.

Di seguito, a complemento statistico, il tabellino della partita.

Serie B 1965-66

4ª giornata, 26.09.1965

PALERMO-MONZA 4-0

Palermo: Ferretti; Costantini, Giorgi; Bon, Giubertoni, Moschen; Fogar I, Tinazzi, Troja, Cipollato, Bettini II.
Monza: Ciceri (60' Castellini); Magni, Giovannini (esp. 67'); Melonari, Ghioni, Prato; Vivarelli, Maggioni, Ghio, Mavero, Vigni.
Arbitro: D'Auria di Salerno.
Gol: 42' Troja, 56' Fogar, 73' Tinazzi, 88' Troja.
Spettatori: 18.000 circa.

13 maggio 2016

Il primo gol della Serie B

La storia della Serie B è certamente ricca di avvenimenti particolari e in un certo qual modo "misteriosi", e spesso per scoprirne il reale svolgimento si deve andare a scavare nelle pagine dei giornali, confrontando le diverse versioni e analizzandole per trovare la verità.

Uno degli esempi più rappresentativi è il primo gol della storia del campionato di Serie B. Per riuscire a identificare l'autore di questa storica segnatura è stata necessaria un'indagine approfondita che, benché manchi dei crismi della certezza assoluta (per la natura stessa delle cronache dell'epoca, sovente discordanti su più aspetti), ritengo si sia avvicinata il più possibile alla realtà dei fatti.

Costantino in un'immagine
della stagione 1929-30
In apertura è importante sottolineare un fatto curioso: il "primo gol" della storia della Serie B ha in realtà due volti. Il primo gol in assoluto, infatti, sarebbe quello realizzato da Raffaele Costantino (1907-1991) durante La Dominante-Bari del 6 ottobre 1929; e tuttavia, non può essere considerato valido, in quanto la partita è stata sospesa al termine del primo tempo e poi rinviata e ripetuta, annullando di fatto, ai fini dei conteggi ufficiali, le presenze e le reti ottenute durante quel primo match. Questa la cronaca del gol di Costantino da La Gazzetta dello Sport: «[...] il primo gol è stato segnato da Costantino con un tiro irresistibile da 6 metri»; Il Telegrafo aggiunge e approfondisce così: «La partita si era iniziata regolarmente ed il Bari dopo alcuni attacchi riusciva a segnare al quarto minuto di giuoco il primo gol con Costantino su passaggio di Bottaro.» Il maltempo intervenne e cambiò la sorte dell'incontro, e con essa la storia del primo gol della B: furono giocati i primi 45'; nell'intervallo cominciava a cadere una pioggia violentissima, che in brevi istanti allagava completamente il campo e riducendolo «una vera piscina». La pioggia continuò per più di mezz'ora, portando quindi l'arbitro alla decisione di rinviare la partita, vista l'impossibilità di proseguire con il campo del tutto impraticabile.

Remo Varsaldi a metà anni '30
Veniamo quindi al primo gol vero e proprio. Dall'analisi dei tabellini emerge che nei primi tempi della prima giornata furono segnati in tutto 8 gol: Varsaldi (NO), Fortino e Locatelli (LE) in Novara-Lecce; Villani (PR) in Parma-Biellese; Barni (PT), Baccilieri e Molinis (MF) in Pistoiese-Monfalconese; Patuzzi (VR) in Verona-Prato. Leggendo le cronache nel dettaglio, il primo in ordine cronologico è quello di Remo Varsaldi in Novara-Lecce, segnato al 10º minuto. Varsaldi (1910-1991) era uno degli elementi cardine del Novara; giocò il campionato quasi sempre da ala (il più delle volte a destra, ma sporadicamente anche a sinistra), tranne alcune eccezioni nel ruolo di interno. La partita, giocata sotto la pioggia dell'ottobre novarese, fu definita brutta dalle cronache dell'epoca («scialba e caotica» dice la Gazzetta), male interpretata da entrambe le compagini, tanto che al fischio finale il pubblico di fede azzurra, nonostante la vittoria, lasciò lo stadio deluso per la prestazione dei propri beniamini. Questa la cronaca dello storico gol: «[...] il Novara partito bene segna al 10' con Versaldi su una bellissima azione cui parteciparono tutti e cinque gli avanti.» È da notare come sia un'azione collettiva a portare la prima rete al campionato di Serie B; se vogliamo, un'anticipazione di quella che sarà una caratteristica costante nel torneo dei «cadetti», e cioè quella della grande importanza del gioco di squadra e della collaborazione tra i giocatori nella costruzione del sogno della Serie A.

Alberto Barni in "borghese"
nel settembre 1933
Preciso che le fonti discordano sul minuto del gol. Alcune fonti indicano che il gol fu segnato al 16' (e al 21' sarebbe giunto il pareggio a opera di Fortino), mentre la maggior parte delle fonti indica che i minuti furono rispettivamente il 10º e il 16º. Nel necrologio di Varsaldi apparso su La Stampa del 23 agosto 1991, cita il gol di Varsaldi aggiungendo che fu segnato «quando erano trascorsi pochissimi secondi dal fischio dell'arbitro che aveva dato l'avvio alla gara»; versione che, pur non corrispondendo in pieno a quanto riportato dalle cronache, rafforza l'ipotesi del gol al 10'. Tra le curiosità da aggiungere alla nota storica, è da riportare anche il primo gol su rigore, segnato da Alberto Barni (1901-1977) della Pistoiese al 16º minuto dell'incontro contro la Monfalconese. Il penalty fu concesso per un evidente fallo di mano di Rigotti (1904-1990), il centromediano (ma, in quella gara, terzino destro) e capitano della squadra in maglia bianca.

Remo Varsaldi (e non Versaldi, come universalmente riportato dalle cronache e dalle Barlassina), detto Facin, fu un simbolo del Novara: vi giocò infatti ininterrottamente dal 1929 al 1947, con la sola eccezione della stagione 1931-32, trascorsa alla Torres di Sassari per via del servizio militare. Come quasi tutti i suoi "colleghi" calciatori dell'epoca, Varsaldi non viveva di calcio, ma lavorava tutti i giorni, ritagliandosi le ore per allenamenti e partite; l'impiego di Facin presso la sede della Rivoira nel quartiere di Sant'Agabio a Novara gli consentiva di vivere, mentre giocare a calcio era la realizzazione di un sogno, concretizzato grazie a sacrifici di energia e tempo. E rappresentare la propria città era per Varsaldi un orgoglio.

Il quadro del "gol dai due volti" non sorprende chi si è avvicinato allo studio dei campionati di Serie B: non è raro trovare infatti casi di storie "fuori dall'ordinario", in cui gli avvenimenti si combinano quasi per scherzo a rendere possibile l'improbabile. La particolarità di questa vicenda è quindi quanto mai consona al resto della storia di questa straordinaria categoria, e contribuisce al suo irresistibile fascino.